Alla domanda "sarebbe possibile raccontare oggi un'ipotetica presa di Kabul da parte degli insorti come fu raccontata la caduta di Saigon?", i tre rispondono all'unisono: no, troppo pericoloso.
Sono Gianluca Ales, di Sky Tg24, Oliviero Bergamini, Tg3, e il generale Massimo Fogari, capo Ufficio Pubblica Informazione dello Stato Maggiore della Difesa. Hanno partecipato e partecipano agli ultimi conflitti asimmetrici e non, i primi due come inviati, il terzo come militare, responsabile della comunicazione dell'esercito e dei rapporti con la stampa.Il dibattito, sul giornalismo di guerra, spiega trucchi e retroscena di una professione che risale a inizio Ottocento.
Paradossalmente - spiega il generale - solo se quegli insorti fossero tutti talebani, motivati e disciplinati religiosamente, si potrebbe raccontare l'eventuale caduta di Kabul "dalla loro parte". "Hanno sempre dimostrato di avere un grande istintoper la comunicazione e potrebbero accettare un giornalista tra di loro". Gli altri no: per capi tribù, qaedisti, narcotrafficanti, semplici insorti, il giornalista è al massimo una gallina dalle uova d'oro. Qualcuno da rapire per avere un riscatto.Altrimenti è un bersaglio. E il talebani strettamente intesi, secondo le ultime informazioni, sarebbero solo il 10 per cento circa della costellazione degli "insurgents".
La conseguenza di questa riflessione è inevitabile: l'unico inviato di guerra possibile è quello embedded. Ma questo comporta inevitabilmente altri problemi: "Io racconto la guerra dal punto di vista di soldati, di questo devo essere consapevole", spiega Ales. Non racconto l'altra parte.Tutto si gioca in una triangolazione tra giornalista, militari e potere politico - spiega Bergamini - e gli interessi tra questi tre soggetti molto spesso non coincidono: "In Iraq abbiamo assistito a un progressivo inasprimento del controllo sui giornalisti su indicazione di governi che non volevano far apparire la guerra per come è".Si parla di governi italiani. In effetti - concordano i due giornalisi - da noi non c'è la stessa dimestichezza con la guerra che c'è nei Paesi anglosassoni. Un morto "dei nostri" è un dramma molto maggiore che da loro.Per cui bisogna nascondere.
Il generale Fogari rivela che una nuova direttiva del luglio 2009 ha codificato il rapporto tra esercito e giornalisti embedded. Ora l'inviato viene ospitato dai militari e aggregato a un'unità operativa dopo avere firmato una liberatoria sulla propria incolumità e un impegno a non mettere a repentaglio la vita dei soldati.Prima - aggiunge Bergamini - era tutto indeterminato e quindi, per evitare guai, eravamo più controllati. Giravamo costantemente con ufficiali addetti che ci facevano un programma. Ora condividiamo in tutto e per tutto la vita delle unità operative assumendocene la responsabilità.
Secondo l'Inviato del Tg3 l'embedding è una contromossa made in Usa dopo il Vietnam. Dopo un inizio edulcorato, di quella guerra i giornalisti raccontarono il lato oscuro. Le immagini di morti americani.
Ma quali sono i segreti della professione? Secondo Ales è necessario soprattutto avere un buon traduttore e un ottimo stringer [anche "fixer", ndr], il factotum che crea contatti e organizza gli spostamenti del giornalista sul teatro di guerra.
"E quindi - aggiunge - ci vogliono soprattutto istinto ed esperienza per sceglierli bene". Il problema della mediazione linguistica e culturale è fondamentale: "Tendiamo sempre a occidentalizzare e quello che a noi appare folle, spesso per ‘loro' è la normalità. E poi ci sono traduttori che spesso traducono quello che vogliono loro."
Esiste anche un problema di sicurezza: "Leggendo il racconto di Mastrogiacomo - il giornalista di Repubblica rapito e poi rilasciato in Afghanistan - fa impressione vedere come tutto fosse predisposto al meglio, con contatti fidati fino a un giorno prima. E poi si è visto come è andata a finire."
L'embedding ha dei limiti - conclude Bergamini - ma non bisogna neanche pensare che raccontare "l'altro" sia la verità. In guerra è difficile trovarla, la verità.
Un aneddoto.
"Un giornalista francese va un giorno nell'ospedale di Umberto Cairo, l'ortopedico italiano che opera a Kabul. Trova un afghano con la gamba amputata, gli chiede come è successo e quello comincia a raccontargli una storia drammatica: la guerra, la casa distrutta, è stato picchiato dai talebani, è saltato su una bomba, eccetera. Il giornalista va via con il suo pezzo e arriva Cairo: ‘Cosa gli hai raccontato? Hai perso la gamba in un incidente in campagna‘. ‘Sì è vero - risponde quello - ma hai visto come è andato via contento?' fonte Peacerporter
Informazione. No Embedded
Embedded: In inglese, participio passato del verbo transitivo, generalmente riflessivo, to embed; incassare, incastrare, conficcare. Termine gergale per definire l'inserimento forzoso degli operatori dell'informazione nelle truppe americane deciso dal Pentagono nella II seconda guerra mondiale, Vietnam, Iraq e Afghanistan.
martedì 27 aprile 2010
domenica 11 aprile 2010
Il Commercio delle Armi e la quotidiana censura dei mezzi di informazione
Di Giampaolo Poniciappi
Le notizie che riguardano la vendita e la costruzione di nuovi armamenti, difficilmente trovano spazio in telegiornali e carta stampata, soprattutto nel nostro Paese. Tra le tante notizie celate, c è ne una che riguarda la società MBDA. Azienda costruttrice di armi creata nel 2001 a seguito dell’unione delle attività delle più importanti società europee nel settore: Matra BAe Dynamics in Francia e UK, Aerospatiale Missiles in Francia, le attività missilistiche dell’allora Alenia Marconi Systems in UK e Italia ed EADS/LFK in Germania. MBDA è controllata con stessi diritti societari da BAE SYSTEMS (37,5% ), EADS (37,5 %) e FINMECCANICA (25 %). Una struttura societaria che dispone al momento di 45 sistemi missilistici e programmi di contromisura in servizio in tutto il mondo. Non solo. Nel tempo ha dimostrato le sue grandi potenzialità, soprattutto in qualità di prime contractor nell’ambito di importanti progetti multinazionali, tutti indirizzati al perfezionamento di strumenti di morte come i micidiali missili balistici. Dal 2001 MBDA ha raddoppiato il suo giro d’affari e consolidato il proprio portafoglio ordini. Altro aspetto da non sottovalutare, è il posto che MBDA oggi occupa nel “terrificante” mondo di costruttori di armi: terzo protagonista mondiale. L’obbiettivo dell’azienda è trasformare gli ordini in fatturato export, così da bilanciare un portafoglio che nel 2009 ha visto i mercati domestici pesare ancora per il 70% del fatturato. In termini di volumi, MBDA mira a raggiungere i tre miliardi di euro nel medio termine ed i quattro per il 2020. Una bella cifra, anche in considerazione delle ultime analisi fatte dal Dipartimento di Stato Statunitense che parla di un allargamento dei conflitti nei prossimi anni. I “freddi” dati economici del gruppo MBDA, parlano un fatturato di 2,6 miliardi di euro, con una crescita negli ordini di 300 mln (+13%), fino a toccare i 2,6 mld, dei quali ben 1,33 mld per l’export e con margini che hanno toccato il 10%. A tutt’oggi, il portafoglio ordini (Paesi che hanno deciso di dotarsi di missili ) è attestato a 12 mld, pari a circa quattro anni di produzione, ma c è chi parla anche di cinque anni. Ma le “buone” notizie per la componente europea, che costruisce i nefasti missili balistici, riguardano soprattutto i dati di crescita, che si attesterebbero intorno al 20% nella sola Europa. Si tratta di nazioni, che in barba all’ attuale crisi economica, hanno deciso di acquistare dall’azienda, un numero molto elevato di missili. Da notare che mentre alcuni esecutivi europei discutono di come riuscire a far quadrare i conti pubblici, alcuni a rischio débâcle, dati ufficiosi ,in mano ad Associazioni Contro le Armi e la Guerra, evidenziano che proprio l’acquisto di armi,cresciuto negli ultimi anni, è in parte responsabile dell’innalzamento del deficit pubblico di molti Paesi europei . L’Italia è tra questi. E la vendita dei missili, grazie agli ultimi accordi integrati come quello da quattro miliardi di sterline in dieci anni raggiunto a fine marzo con il Regno Unito, più un aumento delle attività di supporto, per la MBDA, va a gonfie vele, il settore, fanno sapere i vertici aziendali non risente di alcuna crisi. La “strategia” della società riguarda soprattutto l’ampliamento del mercato armiero. Si è deciso infatti, l’ingresso dell’azienda in nuovi mercati, soprattutto con la formula delle joint venture con l’industria locale, questo sta già avvenendo con quei Paesi che intendono dotarsi di missili a lunga gittata come Israele, e lo sbarco negli Stati Uniti. MBDA opera attualmente in California attraverso una piccola società di circa cento persone, ma mira ad arrivare a 300 mln annui entro il 2015 anche attraverso acquisizioni, sempre nel settore delle armi. Per quanto riguarda il Belpaese va detto che, attraverso Finmeccanica, società che detiene una quota in MBDA del 25% con pari diritti di governance rispetto a Bae Systems e EADS (37,5% ciascuna), la prospettiva nazionale è quella di un aumento del 60% negli investimenti, veicolati soprattutto nella costruzione di nuovi e più efficaci missili balistici. Ovviamente, fanno notare gli economisti, si tratta di costi che in un modo o nell’altro dovranno essere sostenuti dai cittadini. Con l’attuale Esecutivo infatti, l’aumento delle spese per la costruzione e la commercializzazione di sistemi d’arma, è copiosamente aumentato, come dimostrano i dati delle ultime relazioni nazionali ed internazionali sulla vendita delle armi. Una nota la merita, l’affermazione fatta da una Ong internazionale presente nell’Irak occupato dagli Usa. “La Corte di Giustizia Internazionale dovrebbe intentare un processo per genocidio, non solo contro i militari e i governi, responsabili di migliaia e migliaia di morti, ma anche contro , è questa la novità, i costruttori e commercianti di armi”. Purtroppo su tutto il pianeta, vige una legge che è uguale per tutti: “ i costruttori di armi non sono, ne penalmente , ne moralmente, colpevoli di ciò che si fa con i loro costosi “Giocattoli di morte”.
Le notizie che riguardano la vendita e la costruzione di nuovi armamenti, difficilmente trovano spazio in telegiornali e carta stampata, soprattutto nel nostro Paese. Tra le tante notizie celate, c è ne una che riguarda la società MBDA. Azienda costruttrice di armi creata nel 2001 a seguito dell’unione delle attività delle più importanti società europee nel settore: Matra BAe Dynamics in Francia e UK, Aerospatiale Missiles in Francia, le attività missilistiche dell’allora Alenia Marconi Systems in UK e Italia ed EADS/LFK in Germania. MBDA è controllata con stessi diritti societari da BAE SYSTEMS (37,5% ), EADS (37,5 %) e FINMECCANICA (25 %). Una struttura societaria che dispone al momento di 45 sistemi missilistici e programmi di contromisura in servizio in tutto il mondo. Non solo. Nel tempo ha dimostrato le sue grandi potenzialità, soprattutto in qualità di prime contractor nell’ambito di importanti progetti multinazionali, tutti indirizzati al perfezionamento di strumenti di morte come i micidiali missili balistici. Dal 2001 MBDA ha raddoppiato il suo giro d’affari e consolidato il proprio portafoglio ordini. Altro aspetto da non sottovalutare, è il posto che MBDA oggi occupa nel “terrificante” mondo di costruttori di armi: terzo protagonista mondiale. L’obbiettivo dell’azienda è trasformare gli ordini in fatturato export, così da bilanciare un portafoglio che nel 2009 ha visto i mercati domestici pesare ancora per il 70% del fatturato. In termini di volumi, MBDA mira a raggiungere i tre miliardi di euro nel medio termine ed i quattro per il 2020. Una bella cifra, anche in considerazione delle ultime analisi fatte dal Dipartimento di Stato Statunitense che parla di un allargamento dei conflitti nei prossimi anni. I “freddi” dati economici del gruppo MBDA, parlano un fatturato di 2,6 miliardi di euro, con una crescita negli ordini di 300 mln (+13%), fino a toccare i 2,6 mld, dei quali ben 1,33 mld per l’export e con margini che hanno toccato il 10%. A tutt’oggi, il portafoglio ordini (Paesi che hanno deciso di dotarsi di missili ) è attestato a 12 mld, pari a circa quattro anni di produzione, ma c è chi parla anche di cinque anni. Ma le “buone” notizie per la componente europea, che costruisce i nefasti missili balistici, riguardano soprattutto i dati di crescita, che si attesterebbero intorno al 20% nella sola Europa. Si tratta di nazioni, che in barba all’ attuale crisi economica, hanno deciso di acquistare dall’azienda, un numero molto elevato di missili. Da notare che mentre alcuni esecutivi europei discutono di come riuscire a far quadrare i conti pubblici, alcuni a rischio débâcle, dati ufficiosi ,in mano ad Associazioni Contro le Armi e la Guerra, evidenziano che proprio l’acquisto di armi,cresciuto negli ultimi anni, è in parte responsabile dell’innalzamento del deficit pubblico di molti Paesi europei . L’Italia è tra questi. E la vendita dei missili, grazie agli ultimi accordi integrati come quello da quattro miliardi di sterline in dieci anni raggiunto a fine marzo con il Regno Unito, più un aumento delle attività di supporto, per la MBDA, va a gonfie vele, il settore, fanno sapere i vertici aziendali non risente di alcuna crisi. La “strategia” della società riguarda soprattutto l’ampliamento del mercato armiero. Si è deciso infatti, l’ingresso dell’azienda in nuovi mercati, soprattutto con la formula delle joint venture con l’industria locale, questo sta già avvenendo con quei Paesi che intendono dotarsi di missili a lunga gittata come Israele, e lo sbarco negli Stati Uniti. MBDA opera attualmente in California attraverso una piccola società di circa cento persone, ma mira ad arrivare a 300 mln annui entro il 2015 anche attraverso acquisizioni, sempre nel settore delle armi. Per quanto riguarda il Belpaese va detto che, attraverso Finmeccanica, società che detiene una quota in MBDA del 25% con pari diritti di governance rispetto a Bae Systems e EADS (37,5% ciascuna), la prospettiva nazionale è quella di un aumento del 60% negli investimenti, veicolati soprattutto nella costruzione di nuovi e più efficaci missili balistici. Ovviamente, fanno notare gli economisti, si tratta di costi che in un modo o nell’altro dovranno essere sostenuti dai cittadini. Con l’attuale Esecutivo infatti, l’aumento delle spese per la costruzione e la commercializzazione di sistemi d’arma, è copiosamente aumentato, come dimostrano i dati delle ultime relazioni nazionali ed internazionali sulla vendita delle armi. Una nota la merita, l’affermazione fatta da una Ong internazionale presente nell’Irak occupato dagli Usa. “La Corte di Giustizia Internazionale dovrebbe intentare un processo per genocidio, non solo contro i militari e i governi, responsabili di migliaia e migliaia di morti, ma anche contro , è questa la novità, i costruttori e commercianti di armi”. Purtroppo su tutto il pianeta, vige una legge che è uguale per tutti: “ i costruttori di armi non sono, ne penalmente , ne moralmente, colpevoli di ciò che si fa con i loro costosi “Giocattoli di morte”.
mercoledì 2 dicembre 2009
Banche: gli intrighi per eludere il fisco
In un articolo de L’Espresso del 24 ottobre 2008, Francesco Bonazzi ricostruisce la modalità attraverso la quale diverse banche italiane hanno eluso il fisco attraverso prodotti “pronti contro termine” acquistati presso banche estere con sede a Londra. La ricostruzione è frutto di documenti riservati di tali istituti di credito, di cui il giornalista è riuscito a entrare in possesso. In pratica tali prodotti generavano utili (cedole e plusvalenze) in paesi che vietano la doppia imposizione, come il Regno Unito o il Lussemburgo, consentendo alla banca italiana di pagare solo l’imposta estera, molto più bassa di quella italiana (il 10% a Londra). Il guadagno fiscale veniva assegnato per un terzo all’istituto estero e per due terzi a quello italiano. Tali contratti - che nel complesso hanno consentito risparmi fiscali di almeno 3 miliardi di euro negli ultimi cinque anni – sono stati sottoscritti da Abax-Credem, Antonveneta, Carige, Interbanca, Intesa Sanpaolo, Monte dei Paschi, Popolare di Milano, Popolare di Verona e Popolare di Vicenza. A.F.
Rubbia: "L'errore nucleare. Il futuro è nel sole"
Rubbia: "L'errore nucleare. Il futuro è nel sole"
Parla il Nobel per la Fisica: "Inutile insistere su una tecnologia che crea solo problemi e ha bisogno di troppo tempo per dare risultati". La strada da percorrere? "Quella del solare termodinamico. Spagna, Germania e Usa l'hanno capito. E noi...". L’articolo su Repubblica.it: http://www.repubblica.it/ambiente/index.html?ref=hphead.
Parla il Nobel per la Fisica: "Inutile insistere su una tecnologia che crea solo problemi e ha bisogno di troppo tempo per dare risultati". La strada da percorrere? "Quella del solare termodinamico. Spagna, Germania e Usa l'hanno capito. E noi...". L’articolo su Repubblica.it: http://www.repubblica.it/ambiente/index.html?ref=hphead.
martedì 3 novembre 2009
I Meeting di Comunione e Liberazione,finanziati dalle “armi”
Di Giampaolo Poniciappi
Da qualche anno e senza che nessuno si sia mai preso la briga di farlo notare, i cosiddetti “Meeting per l’amicizia fra i popoli”,organizzati da Comunione e Liberazione hanno avuto e hanno, come sostenitori economici, le industrie belliche e le “banche armate”.Una scelta, che cozza e non poco, con le politiche di “pace e amore” (almeno in apparenza) propugnate dal movimento ecclesiale fondato da don Luigi Giussani. E cosi, mentre nei Meeting si fa sfoggio e passerella di politici , cardinali e buonisti dell’ultima ora, società come Bombardier, Finmeccanica o istituti di credito come Intesa San Paolo e molte altre, elargiscono somme in denaro ai ciellini sotto forma di sponsor. Tutto questo, mentre è in corso da anni nel nostro paese una campagna di pressione sulle banche armate. A sottoscrivere la campagna tra l’altro, anche alcuni giornali missionari: comboniani, saveriani e Nigrizia. Senza dimenticare per altro, i tanti movimenti contro la guerra attivi nel Belpaese che, con dossier e segnalazioni denunciano da tempo l’attività di banche e società italiane legate al mondo delle armi. Un dato su tutti. Intesa-San Paolo di Corrado Passera, ex amministratore delegato di Poste Italiane, con 851 milioni (a cui andrebbero aggiunti anche gli 87 milioni della Cassa di Risparmio di La Spezia , parte del gruppo), per lo più relativi a «programmi intergovernativi» come il cacciabombardiere Eurofighter, le navi da guerra Fremm e Orizzonte, gli elicotteri da combattimento Nh90 e diversi sistemi missilistici, risulta essere uno dei maggiori sponsor di Comunione e Liberazione. Anche se va detto che, solo due anni fa, il gruppo aveva dichiarato che proprio per “dare una risposta significativa a una richiesta espressa da ampi e diversificati settori dell'opinione pubblica che fanno riferimento a istanze etiche”, cioè la campagna di pressione alle banche armate, avrebbe sospeso “la partecipazione a operazioni finanziarie che riguardavano il commercio e la produzione di armi e di sistemi d'arma pur consentite dalla legge”. Forse, dicono i bene informati, è bastata questa dichiarazione a far passare ogni dubbio ai ciellini e a volere come sponsor proprio banca Intesa. Ma c è di più. Per giustificare il dato, che nel solo 2008 ha visto Intesa come la terza "banca armata" italiana, con 606 milioni di euro, Valter Serrentino, responsabile dell'Unità Corporate Social Responsibility di Intesa-San Paolo, ha fornito una eloquente quanto mai inverosimile spiegazione: “Si tratta di transazioni relative a operazioni sottoscritte e avviate prima dell'entrata in vigore del nostro codice di comportamento e che dureranno ancora a lungo” Quindi, caso chiuso per Comunione e Liberazione. Non proprio. Perché ogni sponsorizzazione ha comunque un suo tornaconto, come denunciato dal mensile promosso da Pax Christi Mosaico di pace. Infatti, il gruppo guidato da Corrado Passera è anche uno dei principali partner del “Prestito della speranza”, il microcredito sociale per le famiglie in difficoltà promosso dalla Conferenza episcopale italiana e dall’Associazione bancaria italiana. Si tratta di un deposito già effettuato di oltre 30 milioni di euro raccolti con le offerte dei fedeli e che costituiranno il fondo di garanzia per gli altri istituti aderenti all’iniziativa. Un guadagno ulteriore per la banca. Ma tra i finanziatori di Cl non ci sono solo gli istituti di credito. Ci sono società come Bombardier, multinazionale canadese dei trasporti, impegnata nel settore civile (quarto produttore mondiale di aerei) ma anche militare. Come dimostra il Military Aviation Training (Mat) inquietante e importante supporto aziendale di cooperazione militare e di intelligence. Si tratta di uno dei maggiori centri di addestramento piloti da combattimento presso la Nato Flying Training in Canada, più volte denunciato dai movimenti pacifisti internazionali, per l’uso improprio di tecniche di bombardamento da impiegare anche su zone civili. Questa informazione è da sempre ben nota ai vertici di Comunione e Liberazione, che posti di fronte alla domanda: “Come si può parlare di “amicizia fra i popoli” se poi si sceglie un finanziatore che addestra i piloti a bombardare ,” hanno preferito non rispondere. Ma il fiore all’occhiello tra gli sponsor dei Meeting di Cl è la società a partecipazione pubblica, Finmenccanica. I rapporti tra Cl e la società guidata da Pierfrancesco Guarguaglini, sono molto più solidi di quanto si possa immaginare. Finmeccanica risulta essere regolare inserzionista pubblicitaria di San Francesco patrono d’Italia, il mensile dei francescani del Sacro Convento di Assisi nonché sponsor di progetti di cooperazione e sviluppo portati avanti in Africa dalla Comunità di Sant’Egidio di Andrea Riccardi e dal Volontariato internazionale per lo sviluppo, una ong legata ai salesiani. Un intreccio di affari e politica, che di fatto, fanno dimenticare ai dirigenti, militanti e simpatizzanti di Comunione e Liberazione, che la società in questione è la principale azienda armiera italiana e tra le prime cinque nel mondo. Fonti ufficiose, hanno fatto sapere che forse ospite d’onore nel prossimo meeting per l’amicizia fra i popoli, sarà l’ex presidente degli Stati Uniti, G.Bush. Colui , è bene ricordare , che ha deciso senza alcun motivo, se non di carattere politico-economico, di scatenare due guerre, con conseguenze visibili ancora oggi. Ma in fondo si sa,l’amicizia tra i popoli, passa anche e soprattutto attraverso le armi.
Da qualche anno e senza che nessuno si sia mai preso la briga di farlo notare, i cosiddetti “Meeting per l’amicizia fra i popoli”,organizzati da Comunione e Liberazione hanno avuto e hanno, come sostenitori economici, le industrie belliche e le “banche armate”.Una scelta, che cozza e non poco, con le politiche di “pace e amore” (almeno in apparenza) propugnate dal movimento ecclesiale fondato da don Luigi Giussani. E cosi, mentre nei Meeting si fa sfoggio e passerella di politici , cardinali e buonisti dell’ultima ora, società come Bombardier, Finmeccanica o istituti di credito come Intesa San Paolo e molte altre, elargiscono somme in denaro ai ciellini sotto forma di sponsor. Tutto questo, mentre è in corso da anni nel nostro paese una campagna di pressione sulle banche armate. A sottoscrivere la campagna tra l’altro, anche alcuni giornali missionari: comboniani, saveriani e Nigrizia. Senza dimenticare per altro, i tanti movimenti contro la guerra attivi nel Belpaese che, con dossier e segnalazioni denunciano da tempo l’attività di banche e società italiane legate al mondo delle armi. Un dato su tutti. Intesa-San Paolo di Corrado Passera, ex amministratore delegato di Poste Italiane, con 851 milioni (a cui andrebbero aggiunti anche gli 87 milioni della Cassa di Risparmio di La Spezia , parte del gruppo), per lo più relativi a «programmi intergovernativi» come il cacciabombardiere Eurofighter, le navi da guerra Fremm e Orizzonte, gli elicotteri da combattimento Nh90 e diversi sistemi missilistici, risulta essere uno dei maggiori sponsor di Comunione e Liberazione. Anche se va detto che, solo due anni fa, il gruppo aveva dichiarato che proprio per “dare una risposta significativa a una richiesta espressa da ampi e diversificati settori dell'opinione pubblica che fanno riferimento a istanze etiche”, cioè la campagna di pressione alle banche armate, avrebbe sospeso “la partecipazione a operazioni finanziarie che riguardavano il commercio e la produzione di armi e di sistemi d'arma pur consentite dalla legge”. Forse, dicono i bene informati, è bastata questa dichiarazione a far passare ogni dubbio ai ciellini e a volere come sponsor proprio banca Intesa. Ma c è di più. Per giustificare il dato, che nel solo 2008 ha visto Intesa come la terza "banca armata" italiana, con 606 milioni di euro, Valter Serrentino, responsabile dell'Unità Corporate Social Responsibility di Intesa-San Paolo, ha fornito una eloquente quanto mai inverosimile spiegazione: “Si tratta di transazioni relative a operazioni sottoscritte e avviate prima dell'entrata in vigore del nostro codice di comportamento e che dureranno ancora a lungo” Quindi, caso chiuso per Comunione e Liberazione. Non proprio. Perché ogni sponsorizzazione ha comunque un suo tornaconto, come denunciato dal mensile promosso da Pax Christi Mosaico di pace. Infatti, il gruppo guidato da Corrado Passera è anche uno dei principali partner del “Prestito della speranza”, il microcredito sociale per le famiglie in difficoltà promosso dalla Conferenza episcopale italiana e dall’Associazione bancaria italiana. Si tratta di un deposito già effettuato di oltre 30 milioni di euro raccolti con le offerte dei fedeli e che costituiranno il fondo di garanzia per gli altri istituti aderenti all’iniziativa. Un guadagno ulteriore per la banca. Ma tra i finanziatori di Cl non ci sono solo gli istituti di credito. Ci sono società come Bombardier, multinazionale canadese dei trasporti, impegnata nel settore civile (quarto produttore mondiale di aerei) ma anche militare. Come dimostra il Military Aviation Training (Mat) inquietante e importante supporto aziendale di cooperazione militare e di intelligence. Si tratta di uno dei maggiori centri di addestramento piloti da combattimento presso la Nato Flying Training in Canada, più volte denunciato dai movimenti pacifisti internazionali, per l’uso improprio di tecniche di bombardamento da impiegare anche su zone civili. Questa informazione è da sempre ben nota ai vertici di Comunione e Liberazione, che posti di fronte alla domanda: “Come si può parlare di “amicizia fra i popoli” se poi si sceglie un finanziatore che addestra i piloti a bombardare ,” hanno preferito non rispondere. Ma il fiore all’occhiello tra gli sponsor dei Meeting di Cl è la società a partecipazione pubblica, Finmenccanica. I rapporti tra Cl e la società guidata da Pierfrancesco Guarguaglini, sono molto più solidi di quanto si possa immaginare. Finmeccanica risulta essere regolare inserzionista pubblicitaria di San Francesco patrono d’Italia, il mensile dei francescani del Sacro Convento di Assisi nonché sponsor di progetti di cooperazione e sviluppo portati avanti in Africa dalla Comunità di Sant’Egidio di Andrea Riccardi e dal Volontariato internazionale per lo sviluppo, una ong legata ai salesiani. Un intreccio di affari e politica, che di fatto, fanno dimenticare ai dirigenti, militanti e simpatizzanti di Comunione e Liberazione, che la società in questione è la principale azienda armiera italiana e tra le prime cinque nel mondo. Fonti ufficiose, hanno fatto sapere che forse ospite d’onore nel prossimo meeting per l’amicizia fra i popoli, sarà l’ex presidente degli Stati Uniti, G.Bush. Colui , è bene ricordare , che ha deciso senza alcun motivo, se non di carattere politico-economico, di scatenare due guerre, con conseguenze visibili ancora oggi. Ma in fondo si sa,l’amicizia tra i popoli, passa anche e soprattutto attraverso le armi.
domenica 25 ottobre 2009
Migranti, firmato accordo “militare” tra la Libia e la Selex sistemi integrati ( Finmeccanica)
Qualche giorno fa, una delle società controllate da Finmeccanica, la Selex sistemi integrati, ha concluso un accordo politico-commerciale con la Libia. Un accordo, che come al solito è passato in sordina nella variegata e controllata informazione italiana. Il contratto prevede una protezione con sensori elettronici, dei confini sahariani del paese nordafricano. Si tratta di un “appalto” che riduce e non di poco, le responsabilità del Belpaese, in materia di immigrazione e non solo. Infatti, grazie a questo vantaggioso contratto, il ruolo di Finmeccanica, società che ha come azionista di riferimento il ministero dell'economia, si rafforzerà in un settore emergente, come quello della homeland security, la sicurezza interna.
Si tratta di un mercato in forte crescita ed espansione: 45 miliardi di dollari nel 2006, che secondo gli analisti del settore, aumenterà superando i 100 miliardi nel 2016. Una scelta quella di Finmeccanica, favorita anche dalle politiche di riarmo e securitiy, volute dall’attuale esecutivo. Mentre per quanto riguarda la specificità dell’appalto, va detto: l'Italia da incarico alla Libia, di effettuare “il lavoro sporco” evitando cosi in prima persona di esporsi alle decine di accuse che gli sono piovute addosso negli ultimi tempi, riguardanti i respingimenti in mare di cittadini provenienti da terre lontane. Accuse è bene sottolineare, rivolte al governo italiano, per mancato rispetto del diritto internazionale. E per tornare al contratto firmato dalla Finmeccanica, tramite Selex Sistemi Integrati, con la Libia, è bene sottolineare che questo, ha un valore di 300 milioni di euro. Si tratta di realizzare un grande sistema di protezione e sicurezza dei confini libici, in particolare quelli che guardano verso Niger, Ciad e Sudan, zona quest’ultima, da dove partirebbe il maggior numero di migranti diretti in Europa, secondo l’ Intelligence
italiana. Parte essenziale del contratto, riguarda l’addestramento da parte di Selex, degli operatori e dei tecnici, che assicureranno anche le opere civili, indispensabili alla costruzione dell’impianto sensoriale. Una collaborazione, quella con la Libia, che darà modo a Finmeccanica di primeggiare nel settore delle armi e della homeland security, in un area di forte interesse strategico. Non è un caso , quindi che l’intervento nella trattativa tra le parti,dell’Intelligence italiana, sia stato risolutivo, come raccontano fonti ufficiose vicine all’esecutivo libico. Anche le dichiarazioni del presidente della società, Per Francesco Guarguaglini, fanno capire bene l’importanza di questo accordo: “In Libia ci sono varie prospettive e questa commessa costituisce un'importante referenza anche per altri paesi” Si parte quindi, con la decisa repressione dei migranti diretti in Europa, e si finisce per ottenere appalti nel ambito del settore militare. Pietra miliare è stato, va la pena ricordarlo, l’ormai “famoso” Trattato di amicizia italo-libico, firmato non molto tempo fa, dal colonnello Gheddafi e dal Premier Silvio Berlusconi
di Giampaolo Poniciappi (Giornalista Radio Città Aperta)
Si tratta di un mercato in forte crescita ed espansione: 45 miliardi di dollari nel 2006, che secondo gli analisti del settore, aumenterà superando i 100 miliardi nel 2016. Una scelta quella di Finmeccanica, favorita anche dalle politiche di riarmo e securitiy, volute dall’attuale esecutivo. Mentre per quanto riguarda la specificità dell’appalto, va detto: l'Italia da incarico alla Libia, di effettuare “il lavoro sporco” evitando cosi in prima persona di esporsi alle decine di accuse che gli sono piovute addosso negli ultimi tempi, riguardanti i respingimenti in mare di cittadini provenienti da terre lontane. Accuse è bene sottolineare, rivolte al governo italiano, per mancato rispetto del diritto internazionale. E per tornare al contratto firmato dalla Finmeccanica, tramite Selex Sistemi Integrati, con la Libia, è bene sottolineare che questo, ha un valore di 300 milioni di euro. Si tratta di realizzare un grande sistema di protezione e sicurezza dei confini libici, in particolare quelli che guardano verso Niger, Ciad e Sudan, zona quest’ultima, da dove partirebbe il maggior numero di migranti diretti in Europa, secondo l’ Intelligence
italiana. Parte essenziale del contratto, riguarda l’addestramento da parte di Selex, degli operatori e dei tecnici, che assicureranno anche le opere civili, indispensabili alla costruzione dell’impianto sensoriale. Una collaborazione, quella con la Libia, che darà modo a Finmeccanica di primeggiare nel settore delle armi e della homeland security, in un area di forte interesse strategico. Non è un caso , quindi che l’intervento nella trattativa tra le parti,dell’Intelligence italiana, sia stato risolutivo, come raccontano fonti ufficiose vicine all’esecutivo libico. Anche le dichiarazioni del presidente della società, Per Francesco Guarguaglini, fanno capire bene l’importanza di questo accordo: “In Libia ci sono varie prospettive e questa commessa costituisce un'importante referenza anche per altri paesi” Si parte quindi, con la decisa repressione dei migranti diretti in Europa, e si finisce per ottenere appalti nel ambito del settore militare. Pietra miliare è stato, va la pena ricordarlo, l’ormai “famoso” Trattato di amicizia italo-libico, firmato non molto tempo fa, dal colonnello Gheddafi e dal Premier Silvio Berlusconi
di Giampaolo Poniciappi (Giornalista Radio Città Aperta)
Land Grab: il nuovo colonialismo finanziario internazionale
Nelle lontane terre d’Africa o per esser più esaustivi, in quella parte del pianeta dove di casa sono, fame e malattie, è sorto da qualche tempo il nuovo business: Land Grab”. Si tratta di una appropriazione, in molti casi indebita, di terre coltivabili. Una vera e propria “rapina” delle risorse naturali di un paese,che avviene è questo è il dramma, da tempo e sotto gli occhi di tutti. Un esempio: i governi africani stanno svendendo loro la terra migliore, quella coltivabile, a investitori stranieri soprattutto indiani, cinesi, arabi, sudcoreani e non solo. Queste operazioni finanziarie vengono fatte, attraverso fondi come gli Hedge Found (Fondi speculativi) e i Private Equity (la maggior parte aziende statunitensi ed europee). Tali fondi infatti, promettono ritorni di investimento dell’ordine del 20-30%. Si tratta in realtà, di speculazioni finanziarie mirate soprattutto all’accaparramento di cibo, con ricadute drammatiche sulla popolazione di quei Paesi e da tempo denunciato da Ong internazionali e dalla Campagna per la Riforma della Banche Mondiale. E c è da dire, che tutto a questo avviene, proprio nel momento in cui, organizzazioni come la Fao , dichiarano senza mezzi termini, il numero in crescita, di affamati sul nostro pianeta: oltre un miliardo. Uno studio voluto dall’Onu, ha messo nero su bianco la situazione economico-alimentare di alcuni paesi africani: Madagascar, Ghana, Mali, Sudan, Etiopia. Nella relazione si legge che, oltre 4 milioni di ettari di terreno sono stati “venduti” nei soli paesi testè citati a speculatori occidentali, che grazie al gioco delle scatole cinesi, ovvero passaggi tra una società e l’altra,hanno potuto acquistare terreni, senza apparentemente risultarne proprietari, mettendosi cosi al riparo da critiche e proteste. Non è sbagliato parlare di nuovo “colonialismo”,visto che tutti i contratti stipulati, hanno portato svantaggio solo ai cittadini africani. In Etiopia l’ettaro è stato valutato dai tre ai dieci dollari: un prezzo che ha permesso alla Corea di acquistare 2,3 milioni di ettari di terreno, mentre per quanto riguarda Pechino, parliamo di 2,1 milioni di ettari, l’Arabia Saudita 1,6 e gli Emirati 1,3 milioni di ettari. Ma non è tutto. C è anche il caso del Sudan ,che ha ceduto per 99 anni 1,5 milioni di ettari agli Stati del Golfo Persico, all’Egitto e alla Corea del Sud. È bene ricordare che in Sudan ci sono oltre 5 milioni di affamati, che dipendono esclusivamente dagli aiuti alimentari internazionali. Inoltre, secondo le analisi dell’Onu, la speculazione finanziaria, e non è un caso, si concentra proprio in Paesi molto poveri come il Sudan, dove è presente la più alta percentuale di affamati, costituita prevalentemente da contadini senza terra e pastori. Il motivo è semplice: il ricatto alimentare. Ci si accorda con le autorità politiche locali e si dice loro che parte dei proventi ,saranno destinati ai cittadini, oppure che gran parte della popolazione locale , lavorerà nei campi. Niente di tutto questo risulta essere vero. Altro punto è rappresentato dalle cosiddette “concessioni”. Si tratta di accordi ridicoli: dai 2 ai 9 dollari per ettaro, con durata che parte dai 30 anni per arrivare ai 99 anni. Tutto questo avviene, senza alcuna considerazione delle società finanziarie, della complessità economica e sociale dei Paesi “colonizzati”. Un fatto questo, che dimostra qual’ora c è ne fosse stato bisogno, la pericolosità di queste attività speculative. Ma come si è diffuso il ” Land Grab”? Ebbene questo nuovo modello di colonialismo, si è sviluppato insieme alla crisi alimentare e ambientale degli ultimi anni, due eventi drammatici, ma che garantiscono alti tassi di guadagno per gli speculatori, provenienti guarda caso, solitamente dai paesi occidentali. È grazie quindi alla crisi alimentare e ambientale che ha messo in ginocchio milioni di persone, che la Banca Mondiale, molte principali istituzioni internazionali, fondi privati, hanno promosso negli ultimi anni gli investimenti, in verità vere e proprie speculazioni e rapine, nel settore dell’agricoltura, causando, val la pena ricordare, danni irreparabili alle popolazioni dei paesi interessati. Speculazioni, è bene sottolineare, fuori da ogni controllo giuridico e politico. Non è un caso quindi, che la crescita della fame coincida proprio con la crescita degli appetiti finanziari su terra e cibo. Una “crescita” che esclude di fatto, le popolazioni locali dalle decisioni che riguardano la distribuzione delle terre. Non solo, è stato tolto loro ogni diritto, presente e futuro, di qualsivoglia piccolo guadagno, su terre che un tempo gli appartenevano. È un fenomeno quello dell’Land Grab”,che comunque non riguarda solo l’Africa e che grazie alla giustificata logica globale di “prevenzione”, dalle crisi alimentari, è destinato ad aumentare, coinvolgendo sempre più Paesi, molti dei quali ben al di sotto della soglia di povertà. Appare quindi inutile, l’ultimo rapporto Onu sulla fame nel mondo. (oltre un miliardo di esseri umani) Anche in considerazione del fatto, che a creare questa ulteriore crescita di affamati , sono proprio quei Paesi, grazie alle loro speculazioni finanziarie, che nelle varie vetrine politiche e soprattutto mediatiche ( G20, G8,ecc) si contendono la Palma della Nazione più disponibile ad aiuti al “Quarto Mondo”
di Giampaolo Poniciappi
(Emmegipress -Redazione Roma)
di Giampaolo Poniciappi
(Emmegipress -Redazione Roma)
lunedì 27 luglio 2009
La Bce finanzia la speculazione
La Bce, la Banca centrale europea, finanzia la speculazione. Questa l’accusa delle Confederazione europea dei sindacati, che ha così commentato l’iniezione di liquidità per 442 miliardi di euro concessa alle banche dalla Bce, con scadenza a un anno e un tasso di interesse incredibilmente basso all’1%, varata il 24 giugno scorso. Finanziamenti senza alcun vincolo, che potrebbero essere benissimo utilizzati dal istituti di credito per operazioni speculative su materie prime, alimentandone i ricari, o negli hedge funds (fondi di investimento altamente speculativi). (Fonte: Ivo Caizzi, Corriere Economia.
Unicredit tra le 12 banche di San Marino
San Marino è uno dei più noti paradisi fiscali, al centro di diverse indagini della Guardia di Finanza e della magistratura italiana. In esso risiedono 12 banche, di cui Corriere Economia dell’8 giugno ha cercato di ricostruire l’assetto proprietario. Di alcuni istituti resta tuttora oscura la proprietà, di altri sono stati individuati legami con la finanza nostrana. E’ il caso di Banca Agricola Commerciale, del Gruppo Unicredit. Di asset Banca invece, al centro dell’inchiesta di riciclaggio denominata Re Nero, si sa molto meno. Sui nomi dei soci circola solo qialche ipotesi tra gli imprenditori locali, mentre si sa che la banca controlla la San Marino Asset Management, uno dei soci della Invag, finanziaria di nomi noti (Gavio, Arvedi, Ligresti, Mediobanca, Ferrero, Lavazza) che ha in portafoglio l’1,4% di Generali. (Fonte: Mario Grevoni, Ecco la mappa del tesoto di San Marino, Corriere Economia.
Unicredit esce dal progetto della diga di Ilisu in Turchia
Svizzera, Austria e la Bank of Austria (Unicredit) hanno deciso ufficialmente di ritirarsi dal progetto di costruzione della mega diga di Ilisu nella Turchia sud-orientale, imitando quanto fatto nelle settimane scorse dalla Germania e dalla banca d’affari Societé Generale. Le rispettive agenzie responsabili per la concessione delle garanzie contro i rischi delle esportazioni (GRE) ritengono che gli obblighi contrattuali in fatto di protezione dell'ambiente, dei beni culturali e dei diritti fondamentali della popolazione locale non siano stati rispettati. A fine dicembre i tre Paesi avevano dato alla Turchia sei mesi di tempo - fino al 6 luglio 2009 - per apportare tutte le modifiche necessarie al progetto, una megacentrale idroelettrica che dovrebbe produrre 1200 megawatt per un costo preventivato di 1,5 miliardi di franchi. Alto 135 metri e lungo 1820 m, lo sbarramento idrico da realizzare sul fiume Tigri dovrebbe disporre di una capacità di 400 miliardi di metri cubi d'acqua.
Sin dall'inizio, le agenzie di credito all’esportazione avevano sottoposto la concessione della GRE a severe condizioni e il principale obiettivo consisteva nel limitare l'impatto del progetto di centrale elettrica sugli abitanti della regione, l'ambiente e i beni culturali in base alle norme fissate dalla Banca mondiale. Nonostante la propaganda di buone intenzioni delle autorità turche secondo cui la diga avrebbe dovuto portare acqua , posti di lavoro e sviluppo in una zona depressa del Paese, il vero volto dell’opera avrebbe intenzionalmente portato all’evacuazione di circa 78.000 persone da 4.000 villaggi allagando una superficie di 300 km quadrati a causa della costruzione di un lago artificiale che avrebbe sommerso anche la cittadina di Hasankeyf, che ha 12.000 anni di storia e circa 200 siti archeologici.
Il governo di Ankara ha già annunciato che non rinuncerà a costruire la diga. La stampa turca ha riferito di recente che i responsabili del progetto intendono posare la prima pietra il 30 luglio prossimo, giudicando che le condizioni imposte dai paesi europei siano state in gran parte soddisfatte. La decisione di procedere anche in assenza di finanziamenti dall'estero sarebbe stata presa il 10 giugno scorso in una riunione presieduta dal premier Tayyip Erdogan. (Crbm)
Sin dall'inizio, le agenzie di credito all’esportazione avevano sottoposto la concessione della GRE a severe condizioni e il principale obiettivo consisteva nel limitare l'impatto del progetto di centrale elettrica sugli abitanti della regione, l'ambiente e i beni culturali in base alle norme fissate dalla Banca mondiale. Nonostante la propaganda di buone intenzioni delle autorità turche secondo cui la diga avrebbe dovuto portare acqua , posti di lavoro e sviluppo in una zona depressa del Paese, il vero volto dell’opera avrebbe intenzionalmente portato all’evacuazione di circa 78.000 persone da 4.000 villaggi allagando una superficie di 300 km quadrati a causa della costruzione di un lago artificiale che avrebbe sommerso anche la cittadina di Hasankeyf, che ha 12.000 anni di storia e circa 200 siti archeologici.
Il governo di Ankara ha già annunciato che non rinuncerà a costruire la diga. La stampa turca ha riferito di recente che i responsabili del progetto intendono posare la prima pietra il 30 luglio prossimo, giudicando che le condizioni imposte dai paesi europei siano state in gran parte soddisfatte. La decisione di procedere anche in assenza di finanziamenti dall'estero sarebbe stata presa il 10 giugno scorso in una riunione presieduta dal premier Tayyip Erdogan. (Crbm)
I bot battono i fondi comuni, Tfr meglio dei fondi pensione
Che il risparmio gestito italiano non fosse in buona salute lo si sapeva da tempo. Un’ulteriore pesante conferma viene dall’Ufficio Studi di Mediobanca, che tratteggia un quadro impietoso su fondi comuni e sicav. Restando al 2008, i fondi italiani mostrano un rendimento del 10,7% inferiore a quello dei Bot a 12 mesi, ma anche negli ultimi dieci anni la differenza si attesta al 2,5%. I riscatti netti hanno raggiunto i 65 miliardi che, sommate alle perdite, hanno ridotto il patrimonio complessivo di 90 miliardi. Dal 1999 il patrimonio è passato da 444 miliardi a 225 miliardi. Le perdite riguardano praticamente tutti i comparti e le tipologie di fondi, eccezion fatta per i fondi pensione, che hanno invece aumentato del 18% le masse gestite. Ma se guardiamo alle performance c’è poco da rallegrarsi: 100 euro investiti nel 2000 sarebbero diventati 88,3 in un fondo pensione aperto e 113,7 in un fondo negoziale, mentre nel Tfr sarebbero aumentati a 124,4 euro, al netto delle imposte. Unica consolazione viene dalla comparazione con gli altri mercati. Lo scorso anno infatti, fondi e sicav hanno ridotto il patrimonio “solo” del 7,6%, contro il 20% dei fondi europei e il 25% di quelli americani, grazie ad una minore propensione all’investimento azionario dei gestori italiani.A.F.
Che il risparmio gestito italiano non fosse in buona salute lo si sapeva da tempo. Un’ulteriore pesante conferma viene dall’Ufficio Studi di Mediobanca, che tratteggia un quadro impietoso su fondi comuni e sicav. Restando al 2008, i fondi italiani mostrano un rendimento del 10,7% inferiore a quello dei Bot a 12 mesi, ma anche negli ultimi dieci anni la differenza si attesta al 2,5%. I riscatti netti hanno raggiunto i 65 miliardi che, sommate alle perdite, hanno ridotto il patrimonio complessivo di 90 miliardi. Dal 1999 il patrimonio è passato da 444 miliardi a 225 miliardi. Le perdite riguardano praticamente tutti i comparti e le tipologie di fondi, eccezion fatta per i fondi pensione, che hanno invece aumentato del 18% le masse gestite. Ma se guardiamo alle performance c’è poco da rallegrarsi: 100 euro investiti nel 2000 sarebbero diventati 88,3 in un fondo pensione aperto e 113,7 in un fondo negoziale, mentre nel Tfr sarebbero aumentati a 124,4 euro, al netto delle imposte. Unica consolazione viene dalla comparazione con gli altri mercati. Lo scorso anno infatti, fondi e sicav hanno ridotto il patrimonio “solo” del 7,6%, contro il 20% dei fondi europei e il 25% di quelli americani, grazie ad una minore propensione all’investimento azionario dei gestori italiani.A.F.
venerdì 19 giugno 2009
Che cos'è una rivoluzione iraniana?
Un reportage dall'Iran racconta un Paese diviso di fronte a un movimento che potrebbe essere epocale, ma solo a Teheran
scritto da
Sara Hejazi
Dopo le elezioni iraniane del 12 giugno sembra di vivere due Iran distinti. Il primo è quello di tutti i giorni, dove di rivoluzioni se ne vedono poche. La vita continua come sempre per i bazarì, i commercianti, per chi lavora, per le famiglie, per chi va a fare il pellegrinaggio, per chi prega, per i milioni di iraniani che abitano le periferie delle città e quindi del mondo, gli artigiani, i pastori, le tessitrici di tappeti, quelli che sembrano rimasti fermi nel tempo e nello spazio.
L'altro è un Iran delle università, raccontato da diverse voci: prima tra tutte Voice of America, il canale satellitare che trasmette in lingua farsi da Londra e Washington. E' la televisione degli emigrati iraniani di successo, quelli appartenenti alle classi medio alte all'epoca dello shah e che hanno lasciato il Paese dopo la rivoluzione del 1979.
Tutte le sere dopo cena ci sediamo a guardare e commentare le notizie e le immagini del giorno: sono immagini incredibili di una folla in rivolta, di violenza, di guerra, di rivoluzione. L'altra voce che parla dell'università è il passaparola: qualsiasi conoscente si incontri per la strada fornisce notizie sui fatti: quasi sempre un cugino, un amico, un vicino universitario si trovava per caso nella mischia ed è stato preso, picchiato e minacciato. L'ultimo aggiornamento è che sono morte otto persone e ottanta sono state imprigionate.
Questa scissione tra un Paese raccontato e rappresentato come in rivolta e un Paese vissuto, reale, tangibile nella vita di tutti i giorni crea grande confusione. La sorprendente mobilitazione sociale di cui si parla è quasi invisibile, per lo meno dove mi trovo ora, nella città di Mashad, anche se la presenza della polizia per le strade è raddoppiata rispetto a qualche settimana fa. Ma la cosa che più crea confusione tra la gente comune fuori dalla capitale è per quale motivo si sia giunti a questo, e se Mir Hussein Mousavi un uomo di governo, possa da solo bastare a mobilitare un numero così grande di persone, possa insomma assurgere da semplice candidato alle presidenziali quali è stato a ideale politico, a simbolo del cambiamento, a causa per la quale essere disposti a sacrificare anche la vita.
Forse per chiarire questa situazione nebulosa, che tormenta un po' tutti gli iraniani in questi giorni, bisogna considerare come l'Iran è stato rappresentato e costruito sia all'estero che al suo interno: una nazione in costruzione soprattutto a partire dagli anni Trenta del Novecento con un'opera di modernizzazione forzata dall'alto per mano di un Re- dittatore. Per creare la nazione-Iran si è dovuto sopprimere e perseguitare le minoranze religiose ed etniche, si è cercato di cancellare alcuni tratti culturali considerati segno di arretratezza, si è fatta una rivoluzione islamica per definire meglio e omologare l'identità nazionale in senso religioso e poi si è fatta una guerra con l'Iraq, un ulteriore contributo alla causa nazionale.
Ma ora tra i giovani universitari iraniani che hanno culturalmente accesso al resto del mondo (e la cui vita non differisce gran che da quella dei coetanei europei o americani) e il resto dell'Iran, quella delle periferie, ci sono profondi abissi culturali ed economici, nonostante sulla carta la nazionalità sia la stessa.
Può darsi dunque che le elezioni siano state pilotate e truccate, ma la popolarità di Mahmud Ahmadinejad nel paese è reale, è tangibile e si è manifestata durante la campagna elettorale di queste settimane.
Così come è tangibile la voglia di cambiamento e la frustrazione dei giovani iraniani delle università rispetto al proprio governo. Non è Mussavi il motore di questa mobilitazione, ma la voglia di libertà di questa generazione cresciuta sotto la repubblica islamica, di essere, come dicono qui, azadeh, liberi di esprimersi e di vivere non dovendo per forza aggirare il controllo del governo sulla loro quotidianità, ma alla luce del sole, nello spazio pubblico. Perché se è vero che in Iran i giovani universitari conducono vite simili ai coetanei occidentali, è anche vero che lo fanno sempre inventando escamotage per riuscirvi, dovendo ogni volta spostare i confini dell'islamicamente lecito e illecito.
Ora stanno rischiando anche la vita per questi confini immaginati, ed è strano come in una sorta di rivoluzione giovanile del 2009 sia propria l'ideologia politica la grande assente, il grande vuoto della mobilitazione, perché l'energia e la rabbia dei ragazzi di Teheran, covata probabilmente da sempre, sembra bastare a se stessa e non ha bisogno di filosofie e ideali. Peacereporter
scritto da
Sara Hejazi
Dopo le elezioni iraniane del 12 giugno sembra di vivere due Iran distinti. Il primo è quello di tutti i giorni, dove di rivoluzioni se ne vedono poche. La vita continua come sempre per i bazarì, i commercianti, per chi lavora, per le famiglie, per chi va a fare il pellegrinaggio, per chi prega, per i milioni di iraniani che abitano le periferie delle città e quindi del mondo, gli artigiani, i pastori, le tessitrici di tappeti, quelli che sembrano rimasti fermi nel tempo e nello spazio.
L'altro è un Iran delle università, raccontato da diverse voci: prima tra tutte Voice of America, il canale satellitare che trasmette in lingua farsi da Londra e Washington. E' la televisione degli emigrati iraniani di successo, quelli appartenenti alle classi medio alte all'epoca dello shah e che hanno lasciato il Paese dopo la rivoluzione del 1979.
Tutte le sere dopo cena ci sediamo a guardare e commentare le notizie e le immagini del giorno: sono immagini incredibili di una folla in rivolta, di violenza, di guerra, di rivoluzione. L'altra voce che parla dell'università è il passaparola: qualsiasi conoscente si incontri per la strada fornisce notizie sui fatti: quasi sempre un cugino, un amico, un vicino universitario si trovava per caso nella mischia ed è stato preso, picchiato e minacciato. L'ultimo aggiornamento è che sono morte otto persone e ottanta sono state imprigionate.
Questa scissione tra un Paese raccontato e rappresentato come in rivolta e un Paese vissuto, reale, tangibile nella vita di tutti i giorni crea grande confusione. La sorprendente mobilitazione sociale di cui si parla è quasi invisibile, per lo meno dove mi trovo ora, nella città di Mashad, anche se la presenza della polizia per le strade è raddoppiata rispetto a qualche settimana fa. Ma la cosa che più crea confusione tra la gente comune fuori dalla capitale è per quale motivo si sia giunti a questo, e se Mir Hussein Mousavi un uomo di governo, possa da solo bastare a mobilitare un numero così grande di persone, possa insomma assurgere da semplice candidato alle presidenziali quali è stato a ideale politico, a simbolo del cambiamento, a causa per la quale essere disposti a sacrificare anche la vita.
Forse per chiarire questa situazione nebulosa, che tormenta un po' tutti gli iraniani in questi giorni, bisogna considerare come l'Iran è stato rappresentato e costruito sia all'estero che al suo interno: una nazione in costruzione soprattutto a partire dagli anni Trenta del Novecento con un'opera di modernizzazione forzata dall'alto per mano di un Re- dittatore. Per creare la nazione-Iran si è dovuto sopprimere e perseguitare le minoranze religiose ed etniche, si è cercato di cancellare alcuni tratti culturali considerati segno di arretratezza, si è fatta una rivoluzione islamica per definire meglio e omologare l'identità nazionale in senso religioso e poi si è fatta una guerra con l'Iraq, un ulteriore contributo alla causa nazionale.
Ma ora tra i giovani universitari iraniani che hanno culturalmente accesso al resto del mondo (e la cui vita non differisce gran che da quella dei coetanei europei o americani) e il resto dell'Iran, quella delle periferie, ci sono profondi abissi culturali ed economici, nonostante sulla carta la nazionalità sia la stessa.
Può darsi dunque che le elezioni siano state pilotate e truccate, ma la popolarità di Mahmud Ahmadinejad nel paese è reale, è tangibile e si è manifestata durante la campagna elettorale di queste settimane.
Così come è tangibile la voglia di cambiamento e la frustrazione dei giovani iraniani delle università rispetto al proprio governo. Non è Mussavi il motore di questa mobilitazione, ma la voglia di libertà di questa generazione cresciuta sotto la repubblica islamica, di essere, come dicono qui, azadeh, liberi di esprimersi e di vivere non dovendo per forza aggirare il controllo del governo sulla loro quotidianità, ma alla luce del sole, nello spazio pubblico. Perché se è vero che in Iran i giovani universitari conducono vite simili ai coetanei occidentali, è anche vero che lo fanno sempre inventando escamotage per riuscirvi, dovendo ogni volta spostare i confini dell'islamicamente lecito e illecito.
Ora stanno rischiando anche la vita per questi confini immaginati, ed è strano come in una sorta di rivoluzione giovanile del 2009 sia propria l'ideologia politica la grande assente, il grande vuoto della mobilitazione, perché l'energia e la rabbia dei ragazzi di Teheran, covata probabilmente da sempre, sembra bastare a se stessa e non ha bisogno di filosofie e ideali. Peacereporter
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