mercoledì 2 dicembre 2009
Banche: gli intrighi per eludere il fisco
In un articolo de L’Espresso del 24 ottobre 2008, Francesco Bonazzi ricostruisce la modalità attraverso la quale diverse banche italiane hanno eluso il fisco attraverso prodotti “pronti contro termine” acquistati presso banche estere con sede a Londra. La ricostruzione è frutto di documenti riservati di tali istituti di credito, di cui il giornalista è riuscito a entrare in possesso. In pratica tali prodotti generavano utili (cedole e plusvalenze) in paesi che vietano la doppia imposizione, come il Regno Unito o il Lussemburgo, consentendo alla banca italiana di pagare solo l’imposta estera, molto più bassa di quella italiana (il 10% a Londra). Il guadagno fiscale veniva assegnato per un terzo all’istituto estero e per due terzi a quello italiano. Tali contratti - che nel complesso hanno consentito risparmi fiscali di almeno 3 miliardi di euro negli ultimi cinque anni – sono stati sottoscritti da Abax-Credem, Antonveneta, Carige, Interbanca, Intesa Sanpaolo, Monte dei Paschi, Popolare di Milano, Popolare di Verona e Popolare di Vicenza. A.F.
Rubbia: "L'errore nucleare. Il futuro è nel sole"
Rubbia: "L'errore nucleare. Il futuro è nel sole"
Parla il Nobel per la Fisica: "Inutile insistere su una tecnologia che crea solo problemi e ha bisogno di troppo tempo per dare risultati". La strada da percorrere? "Quella del solare termodinamico. Spagna, Germania e Usa l'hanno capito. E noi...". L’articolo su Repubblica.it: http://www.repubblica.it/ambiente/index.html?ref=hphead.
Parla il Nobel per la Fisica: "Inutile insistere su una tecnologia che crea solo problemi e ha bisogno di troppo tempo per dare risultati". La strada da percorrere? "Quella del solare termodinamico. Spagna, Germania e Usa l'hanno capito. E noi...". L’articolo su Repubblica.it: http://www.repubblica.it/ambiente/index.html?ref=hphead.
martedì 3 novembre 2009
I Meeting di Comunione e Liberazione,finanziati dalle “armi”
Di Giampaolo Poniciappi
Da qualche anno e senza che nessuno si sia mai preso la briga di farlo notare, i cosiddetti “Meeting per l’amicizia fra i popoli”,organizzati da Comunione e Liberazione hanno avuto e hanno, come sostenitori economici, le industrie belliche e le “banche armate”.Una scelta, che cozza e non poco, con le politiche di “pace e amore” (almeno in apparenza) propugnate dal movimento ecclesiale fondato da don Luigi Giussani. E cosi, mentre nei Meeting si fa sfoggio e passerella di politici , cardinali e buonisti dell’ultima ora, società come Bombardier, Finmeccanica o istituti di credito come Intesa San Paolo e molte altre, elargiscono somme in denaro ai ciellini sotto forma di sponsor. Tutto questo, mentre è in corso da anni nel nostro paese una campagna di pressione sulle banche armate. A sottoscrivere la campagna tra l’altro, anche alcuni giornali missionari: comboniani, saveriani e Nigrizia. Senza dimenticare per altro, i tanti movimenti contro la guerra attivi nel Belpaese che, con dossier e segnalazioni denunciano da tempo l’attività di banche e società italiane legate al mondo delle armi. Un dato su tutti. Intesa-San Paolo di Corrado Passera, ex amministratore delegato di Poste Italiane, con 851 milioni (a cui andrebbero aggiunti anche gli 87 milioni della Cassa di Risparmio di La Spezia , parte del gruppo), per lo più relativi a «programmi intergovernativi» come il cacciabombardiere Eurofighter, le navi da guerra Fremm e Orizzonte, gli elicotteri da combattimento Nh90 e diversi sistemi missilistici, risulta essere uno dei maggiori sponsor di Comunione e Liberazione. Anche se va detto che, solo due anni fa, il gruppo aveva dichiarato che proprio per “dare una risposta significativa a una richiesta espressa da ampi e diversificati settori dell'opinione pubblica che fanno riferimento a istanze etiche”, cioè la campagna di pressione alle banche armate, avrebbe sospeso “la partecipazione a operazioni finanziarie che riguardavano il commercio e la produzione di armi e di sistemi d'arma pur consentite dalla legge”. Forse, dicono i bene informati, è bastata questa dichiarazione a far passare ogni dubbio ai ciellini e a volere come sponsor proprio banca Intesa. Ma c è di più. Per giustificare il dato, che nel solo 2008 ha visto Intesa come la terza "banca armata" italiana, con 606 milioni di euro, Valter Serrentino, responsabile dell'Unità Corporate Social Responsibility di Intesa-San Paolo, ha fornito una eloquente quanto mai inverosimile spiegazione: “Si tratta di transazioni relative a operazioni sottoscritte e avviate prima dell'entrata in vigore del nostro codice di comportamento e che dureranno ancora a lungo” Quindi, caso chiuso per Comunione e Liberazione. Non proprio. Perché ogni sponsorizzazione ha comunque un suo tornaconto, come denunciato dal mensile promosso da Pax Christi Mosaico di pace. Infatti, il gruppo guidato da Corrado Passera è anche uno dei principali partner del “Prestito della speranza”, il microcredito sociale per le famiglie in difficoltà promosso dalla Conferenza episcopale italiana e dall’Associazione bancaria italiana. Si tratta di un deposito già effettuato di oltre 30 milioni di euro raccolti con le offerte dei fedeli e che costituiranno il fondo di garanzia per gli altri istituti aderenti all’iniziativa. Un guadagno ulteriore per la banca. Ma tra i finanziatori di Cl non ci sono solo gli istituti di credito. Ci sono società come Bombardier, multinazionale canadese dei trasporti, impegnata nel settore civile (quarto produttore mondiale di aerei) ma anche militare. Come dimostra il Military Aviation Training (Mat) inquietante e importante supporto aziendale di cooperazione militare e di intelligence. Si tratta di uno dei maggiori centri di addestramento piloti da combattimento presso la Nato Flying Training in Canada, più volte denunciato dai movimenti pacifisti internazionali, per l’uso improprio di tecniche di bombardamento da impiegare anche su zone civili. Questa informazione è da sempre ben nota ai vertici di Comunione e Liberazione, che posti di fronte alla domanda: “Come si può parlare di “amicizia fra i popoli” se poi si sceglie un finanziatore che addestra i piloti a bombardare ,” hanno preferito non rispondere. Ma il fiore all’occhiello tra gli sponsor dei Meeting di Cl è la società a partecipazione pubblica, Finmenccanica. I rapporti tra Cl e la società guidata da Pierfrancesco Guarguaglini, sono molto più solidi di quanto si possa immaginare. Finmeccanica risulta essere regolare inserzionista pubblicitaria di San Francesco patrono d’Italia, il mensile dei francescani del Sacro Convento di Assisi nonché sponsor di progetti di cooperazione e sviluppo portati avanti in Africa dalla Comunità di Sant’Egidio di Andrea Riccardi e dal Volontariato internazionale per lo sviluppo, una ong legata ai salesiani. Un intreccio di affari e politica, che di fatto, fanno dimenticare ai dirigenti, militanti e simpatizzanti di Comunione e Liberazione, che la società in questione è la principale azienda armiera italiana e tra le prime cinque nel mondo. Fonti ufficiose, hanno fatto sapere che forse ospite d’onore nel prossimo meeting per l’amicizia fra i popoli, sarà l’ex presidente degli Stati Uniti, G.Bush. Colui , è bene ricordare , che ha deciso senza alcun motivo, se non di carattere politico-economico, di scatenare due guerre, con conseguenze visibili ancora oggi. Ma in fondo si sa,l’amicizia tra i popoli, passa anche e soprattutto attraverso le armi.
Da qualche anno e senza che nessuno si sia mai preso la briga di farlo notare, i cosiddetti “Meeting per l’amicizia fra i popoli”,organizzati da Comunione e Liberazione hanno avuto e hanno, come sostenitori economici, le industrie belliche e le “banche armate”.Una scelta, che cozza e non poco, con le politiche di “pace e amore” (almeno in apparenza) propugnate dal movimento ecclesiale fondato da don Luigi Giussani. E cosi, mentre nei Meeting si fa sfoggio e passerella di politici , cardinali e buonisti dell’ultima ora, società come Bombardier, Finmeccanica o istituti di credito come Intesa San Paolo e molte altre, elargiscono somme in denaro ai ciellini sotto forma di sponsor. Tutto questo, mentre è in corso da anni nel nostro paese una campagna di pressione sulle banche armate. A sottoscrivere la campagna tra l’altro, anche alcuni giornali missionari: comboniani, saveriani e Nigrizia. Senza dimenticare per altro, i tanti movimenti contro la guerra attivi nel Belpaese che, con dossier e segnalazioni denunciano da tempo l’attività di banche e società italiane legate al mondo delle armi. Un dato su tutti. Intesa-San Paolo di Corrado Passera, ex amministratore delegato di Poste Italiane, con 851 milioni (a cui andrebbero aggiunti anche gli 87 milioni della Cassa di Risparmio di La Spezia , parte del gruppo), per lo più relativi a «programmi intergovernativi» come il cacciabombardiere Eurofighter, le navi da guerra Fremm e Orizzonte, gli elicotteri da combattimento Nh90 e diversi sistemi missilistici, risulta essere uno dei maggiori sponsor di Comunione e Liberazione. Anche se va detto che, solo due anni fa, il gruppo aveva dichiarato che proprio per “dare una risposta significativa a una richiesta espressa da ampi e diversificati settori dell'opinione pubblica che fanno riferimento a istanze etiche”, cioè la campagna di pressione alle banche armate, avrebbe sospeso “la partecipazione a operazioni finanziarie che riguardavano il commercio e la produzione di armi e di sistemi d'arma pur consentite dalla legge”. Forse, dicono i bene informati, è bastata questa dichiarazione a far passare ogni dubbio ai ciellini e a volere come sponsor proprio banca Intesa. Ma c è di più. Per giustificare il dato, che nel solo 2008 ha visto Intesa come la terza "banca armata" italiana, con 606 milioni di euro, Valter Serrentino, responsabile dell'Unità Corporate Social Responsibility di Intesa-San Paolo, ha fornito una eloquente quanto mai inverosimile spiegazione: “Si tratta di transazioni relative a operazioni sottoscritte e avviate prima dell'entrata in vigore del nostro codice di comportamento e che dureranno ancora a lungo” Quindi, caso chiuso per Comunione e Liberazione. Non proprio. Perché ogni sponsorizzazione ha comunque un suo tornaconto, come denunciato dal mensile promosso da Pax Christi Mosaico di pace. Infatti, il gruppo guidato da Corrado Passera è anche uno dei principali partner del “Prestito della speranza”, il microcredito sociale per le famiglie in difficoltà promosso dalla Conferenza episcopale italiana e dall’Associazione bancaria italiana. Si tratta di un deposito già effettuato di oltre 30 milioni di euro raccolti con le offerte dei fedeli e che costituiranno il fondo di garanzia per gli altri istituti aderenti all’iniziativa. Un guadagno ulteriore per la banca. Ma tra i finanziatori di Cl non ci sono solo gli istituti di credito. Ci sono società come Bombardier, multinazionale canadese dei trasporti, impegnata nel settore civile (quarto produttore mondiale di aerei) ma anche militare. Come dimostra il Military Aviation Training (Mat) inquietante e importante supporto aziendale di cooperazione militare e di intelligence. Si tratta di uno dei maggiori centri di addestramento piloti da combattimento presso la Nato Flying Training in Canada, più volte denunciato dai movimenti pacifisti internazionali, per l’uso improprio di tecniche di bombardamento da impiegare anche su zone civili. Questa informazione è da sempre ben nota ai vertici di Comunione e Liberazione, che posti di fronte alla domanda: “Come si può parlare di “amicizia fra i popoli” se poi si sceglie un finanziatore che addestra i piloti a bombardare ,” hanno preferito non rispondere. Ma il fiore all’occhiello tra gli sponsor dei Meeting di Cl è la società a partecipazione pubblica, Finmenccanica. I rapporti tra Cl e la società guidata da Pierfrancesco Guarguaglini, sono molto più solidi di quanto si possa immaginare. Finmeccanica risulta essere regolare inserzionista pubblicitaria di San Francesco patrono d’Italia, il mensile dei francescani del Sacro Convento di Assisi nonché sponsor di progetti di cooperazione e sviluppo portati avanti in Africa dalla Comunità di Sant’Egidio di Andrea Riccardi e dal Volontariato internazionale per lo sviluppo, una ong legata ai salesiani. Un intreccio di affari e politica, che di fatto, fanno dimenticare ai dirigenti, militanti e simpatizzanti di Comunione e Liberazione, che la società in questione è la principale azienda armiera italiana e tra le prime cinque nel mondo. Fonti ufficiose, hanno fatto sapere che forse ospite d’onore nel prossimo meeting per l’amicizia fra i popoli, sarà l’ex presidente degli Stati Uniti, G.Bush. Colui , è bene ricordare , che ha deciso senza alcun motivo, se non di carattere politico-economico, di scatenare due guerre, con conseguenze visibili ancora oggi. Ma in fondo si sa,l’amicizia tra i popoli, passa anche e soprattutto attraverso le armi.
domenica 25 ottobre 2009
Migranti, firmato accordo “militare” tra la Libia e la Selex sistemi integrati ( Finmeccanica)
Qualche giorno fa, una delle società controllate da Finmeccanica, la Selex sistemi integrati, ha concluso un accordo politico-commerciale con la Libia. Un accordo, che come al solito è passato in sordina nella variegata e controllata informazione italiana. Il contratto prevede una protezione con sensori elettronici, dei confini sahariani del paese nordafricano. Si tratta di un “appalto” che riduce e non di poco, le responsabilità del Belpaese, in materia di immigrazione e non solo. Infatti, grazie a questo vantaggioso contratto, il ruolo di Finmeccanica, società che ha come azionista di riferimento il ministero dell'economia, si rafforzerà in un settore emergente, come quello della homeland security, la sicurezza interna.
Si tratta di un mercato in forte crescita ed espansione: 45 miliardi di dollari nel 2006, che secondo gli analisti del settore, aumenterà superando i 100 miliardi nel 2016. Una scelta quella di Finmeccanica, favorita anche dalle politiche di riarmo e securitiy, volute dall’attuale esecutivo. Mentre per quanto riguarda la specificità dell’appalto, va detto: l'Italia da incarico alla Libia, di effettuare “il lavoro sporco” evitando cosi in prima persona di esporsi alle decine di accuse che gli sono piovute addosso negli ultimi tempi, riguardanti i respingimenti in mare di cittadini provenienti da terre lontane. Accuse è bene sottolineare, rivolte al governo italiano, per mancato rispetto del diritto internazionale. E per tornare al contratto firmato dalla Finmeccanica, tramite Selex Sistemi Integrati, con la Libia, è bene sottolineare che questo, ha un valore di 300 milioni di euro. Si tratta di realizzare un grande sistema di protezione e sicurezza dei confini libici, in particolare quelli che guardano verso Niger, Ciad e Sudan, zona quest’ultima, da dove partirebbe il maggior numero di migranti diretti in Europa, secondo l’ Intelligence
italiana. Parte essenziale del contratto, riguarda l’addestramento da parte di Selex, degli operatori e dei tecnici, che assicureranno anche le opere civili, indispensabili alla costruzione dell’impianto sensoriale. Una collaborazione, quella con la Libia, che darà modo a Finmeccanica di primeggiare nel settore delle armi e della homeland security, in un area di forte interesse strategico. Non è un caso , quindi che l’intervento nella trattativa tra le parti,dell’Intelligence italiana, sia stato risolutivo, come raccontano fonti ufficiose vicine all’esecutivo libico. Anche le dichiarazioni del presidente della società, Per Francesco Guarguaglini, fanno capire bene l’importanza di questo accordo: “In Libia ci sono varie prospettive e questa commessa costituisce un'importante referenza anche per altri paesi” Si parte quindi, con la decisa repressione dei migranti diretti in Europa, e si finisce per ottenere appalti nel ambito del settore militare. Pietra miliare è stato, va la pena ricordarlo, l’ormai “famoso” Trattato di amicizia italo-libico, firmato non molto tempo fa, dal colonnello Gheddafi e dal Premier Silvio Berlusconi
di Giampaolo Poniciappi (Giornalista Radio Città Aperta)
Si tratta di un mercato in forte crescita ed espansione: 45 miliardi di dollari nel 2006, che secondo gli analisti del settore, aumenterà superando i 100 miliardi nel 2016. Una scelta quella di Finmeccanica, favorita anche dalle politiche di riarmo e securitiy, volute dall’attuale esecutivo. Mentre per quanto riguarda la specificità dell’appalto, va detto: l'Italia da incarico alla Libia, di effettuare “il lavoro sporco” evitando cosi in prima persona di esporsi alle decine di accuse che gli sono piovute addosso negli ultimi tempi, riguardanti i respingimenti in mare di cittadini provenienti da terre lontane. Accuse è bene sottolineare, rivolte al governo italiano, per mancato rispetto del diritto internazionale. E per tornare al contratto firmato dalla Finmeccanica, tramite Selex Sistemi Integrati, con la Libia, è bene sottolineare che questo, ha un valore di 300 milioni di euro. Si tratta di realizzare un grande sistema di protezione e sicurezza dei confini libici, in particolare quelli che guardano verso Niger, Ciad e Sudan, zona quest’ultima, da dove partirebbe il maggior numero di migranti diretti in Europa, secondo l’ Intelligence
italiana. Parte essenziale del contratto, riguarda l’addestramento da parte di Selex, degli operatori e dei tecnici, che assicureranno anche le opere civili, indispensabili alla costruzione dell’impianto sensoriale. Una collaborazione, quella con la Libia, che darà modo a Finmeccanica di primeggiare nel settore delle armi e della homeland security, in un area di forte interesse strategico. Non è un caso , quindi che l’intervento nella trattativa tra le parti,dell’Intelligence italiana, sia stato risolutivo, come raccontano fonti ufficiose vicine all’esecutivo libico. Anche le dichiarazioni del presidente della società, Per Francesco Guarguaglini, fanno capire bene l’importanza di questo accordo: “In Libia ci sono varie prospettive e questa commessa costituisce un'importante referenza anche per altri paesi” Si parte quindi, con la decisa repressione dei migranti diretti in Europa, e si finisce per ottenere appalti nel ambito del settore militare. Pietra miliare è stato, va la pena ricordarlo, l’ormai “famoso” Trattato di amicizia italo-libico, firmato non molto tempo fa, dal colonnello Gheddafi e dal Premier Silvio Berlusconi
di Giampaolo Poniciappi (Giornalista Radio Città Aperta)
Land Grab: il nuovo colonialismo finanziario internazionale
Nelle lontane terre d’Africa o per esser più esaustivi, in quella parte del pianeta dove di casa sono, fame e malattie, è sorto da qualche tempo il nuovo business: Land Grab”. Si tratta di una appropriazione, in molti casi indebita, di terre coltivabili. Una vera e propria “rapina” delle risorse naturali di un paese,che avviene è questo è il dramma, da tempo e sotto gli occhi di tutti. Un esempio: i governi africani stanno svendendo loro la terra migliore, quella coltivabile, a investitori stranieri soprattutto indiani, cinesi, arabi, sudcoreani e non solo. Queste operazioni finanziarie vengono fatte, attraverso fondi come gli Hedge Found (Fondi speculativi) e i Private Equity (la maggior parte aziende statunitensi ed europee). Tali fondi infatti, promettono ritorni di investimento dell’ordine del 20-30%. Si tratta in realtà, di speculazioni finanziarie mirate soprattutto all’accaparramento di cibo, con ricadute drammatiche sulla popolazione di quei Paesi e da tempo denunciato da Ong internazionali e dalla Campagna per la Riforma della Banche Mondiale. E c è da dire, che tutto a questo avviene, proprio nel momento in cui, organizzazioni come la Fao , dichiarano senza mezzi termini, il numero in crescita, di affamati sul nostro pianeta: oltre un miliardo. Uno studio voluto dall’Onu, ha messo nero su bianco la situazione economico-alimentare di alcuni paesi africani: Madagascar, Ghana, Mali, Sudan, Etiopia. Nella relazione si legge che, oltre 4 milioni di ettari di terreno sono stati “venduti” nei soli paesi testè citati a speculatori occidentali, che grazie al gioco delle scatole cinesi, ovvero passaggi tra una società e l’altra,hanno potuto acquistare terreni, senza apparentemente risultarne proprietari, mettendosi cosi al riparo da critiche e proteste. Non è sbagliato parlare di nuovo “colonialismo”,visto che tutti i contratti stipulati, hanno portato svantaggio solo ai cittadini africani. In Etiopia l’ettaro è stato valutato dai tre ai dieci dollari: un prezzo che ha permesso alla Corea di acquistare 2,3 milioni di ettari di terreno, mentre per quanto riguarda Pechino, parliamo di 2,1 milioni di ettari, l’Arabia Saudita 1,6 e gli Emirati 1,3 milioni di ettari. Ma non è tutto. C è anche il caso del Sudan ,che ha ceduto per 99 anni 1,5 milioni di ettari agli Stati del Golfo Persico, all’Egitto e alla Corea del Sud. È bene ricordare che in Sudan ci sono oltre 5 milioni di affamati, che dipendono esclusivamente dagli aiuti alimentari internazionali. Inoltre, secondo le analisi dell’Onu, la speculazione finanziaria, e non è un caso, si concentra proprio in Paesi molto poveri come il Sudan, dove è presente la più alta percentuale di affamati, costituita prevalentemente da contadini senza terra e pastori. Il motivo è semplice: il ricatto alimentare. Ci si accorda con le autorità politiche locali e si dice loro che parte dei proventi ,saranno destinati ai cittadini, oppure che gran parte della popolazione locale , lavorerà nei campi. Niente di tutto questo risulta essere vero. Altro punto è rappresentato dalle cosiddette “concessioni”. Si tratta di accordi ridicoli: dai 2 ai 9 dollari per ettaro, con durata che parte dai 30 anni per arrivare ai 99 anni. Tutto questo avviene, senza alcuna considerazione delle società finanziarie, della complessità economica e sociale dei Paesi “colonizzati”. Un fatto questo, che dimostra qual’ora c è ne fosse stato bisogno, la pericolosità di queste attività speculative. Ma come si è diffuso il ” Land Grab”? Ebbene questo nuovo modello di colonialismo, si è sviluppato insieme alla crisi alimentare e ambientale degli ultimi anni, due eventi drammatici, ma che garantiscono alti tassi di guadagno per gli speculatori, provenienti guarda caso, solitamente dai paesi occidentali. È grazie quindi alla crisi alimentare e ambientale che ha messo in ginocchio milioni di persone, che la Banca Mondiale, molte principali istituzioni internazionali, fondi privati, hanno promosso negli ultimi anni gli investimenti, in verità vere e proprie speculazioni e rapine, nel settore dell’agricoltura, causando, val la pena ricordare, danni irreparabili alle popolazioni dei paesi interessati. Speculazioni, è bene sottolineare, fuori da ogni controllo giuridico e politico. Non è un caso quindi, che la crescita della fame coincida proprio con la crescita degli appetiti finanziari su terra e cibo. Una “crescita” che esclude di fatto, le popolazioni locali dalle decisioni che riguardano la distribuzione delle terre. Non solo, è stato tolto loro ogni diritto, presente e futuro, di qualsivoglia piccolo guadagno, su terre che un tempo gli appartenevano. È un fenomeno quello dell’Land Grab”,che comunque non riguarda solo l’Africa e che grazie alla giustificata logica globale di “prevenzione”, dalle crisi alimentari, è destinato ad aumentare, coinvolgendo sempre più Paesi, molti dei quali ben al di sotto della soglia di povertà. Appare quindi inutile, l’ultimo rapporto Onu sulla fame nel mondo. (oltre un miliardo di esseri umani) Anche in considerazione del fatto, che a creare questa ulteriore crescita di affamati , sono proprio quei Paesi, grazie alle loro speculazioni finanziarie, che nelle varie vetrine politiche e soprattutto mediatiche ( G20, G8,ecc) si contendono la Palma della Nazione più disponibile ad aiuti al “Quarto Mondo”
di Giampaolo Poniciappi
(Emmegipress -Redazione Roma)
di Giampaolo Poniciappi
(Emmegipress -Redazione Roma)
lunedì 27 luglio 2009
La Bce finanzia la speculazione
La Bce, la Banca centrale europea, finanzia la speculazione. Questa l’accusa delle Confederazione europea dei sindacati, che ha così commentato l’iniezione di liquidità per 442 miliardi di euro concessa alle banche dalla Bce, con scadenza a un anno e un tasso di interesse incredibilmente basso all’1%, varata il 24 giugno scorso. Finanziamenti senza alcun vincolo, che potrebbero essere benissimo utilizzati dal istituti di credito per operazioni speculative su materie prime, alimentandone i ricari, o negli hedge funds (fondi di investimento altamente speculativi). (Fonte: Ivo Caizzi, Corriere Economia.
Unicredit tra le 12 banche di San Marino
San Marino è uno dei più noti paradisi fiscali, al centro di diverse indagini della Guardia di Finanza e della magistratura italiana. In esso risiedono 12 banche, di cui Corriere Economia dell’8 giugno ha cercato di ricostruire l’assetto proprietario. Di alcuni istituti resta tuttora oscura la proprietà, di altri sono stati individuati legami con la finanza nostrana. E’ il caso di Banca Agricola Commerciale, del Gruppo Unicredit. Di asset Banca invece, al centro dell’inchiesta di riciclaggio denominata Re Nero, si sa molto meno. Sui nomi dei soci circola solo qialche ipotesi tra gli imprenditori locali, mentre si sa che la banca controlla la San Marino Asset Management, uno dei soci della Invag, finanziaria di nomi noti (Gavio, Arvedi, Ligresti, Mediobanca, Ferrero, Lavazza) che ha in portafoglio l’1,4% di Generali. (Fonte: Mario Grevoni, Ecco la mappa del tesoto di San Marino, Corriere Economia.
Unicredit esce dal progetto della diga di Ilisu in Turchia
Svizzera, Austria e la Bank of Austria (Unicredit) hanno deciso ufficialmente di ritirarsi dal progetto di costruzione della mega diga di Ilisu nella Turchia sud-orientale, imitando quanto fatto nelle settimane scorse dalla Germania e dalla banca d’affari Societé Generale. Le rispettive agenzie responsabili per la concessione delle garanzie contro i rischi delle esportazioni (GRE) ritengono che gli obblighi contrattuali in fatto di protezione dell'ambiente, dei beni culturali e dei diritti fondamentali della popolazione locale non siano stati rispettati. A fine dicembre i tre Paesi avevano dato alla Turchia sei mesi di tempo - fino al 6 luglio 2009 - per apportare tutte le modifiche necessarie al progetto, una megacentrale idroelettrica che dovrebbe produrre 1200 megawatt per un costo preventivato di 1,5 miliardi di franchi. Alto 135 metri e lungo 1820 m, lo sbarramento idrico da realizzare sul fiume Tigri dovrebbe disporre di una capacità di 400 miliardi di metri cubi d'acqua.
Sin dall'inizio, le agenzie di credito all’esportazione avevano sottoposto la concessione della GRE a severe condizioni e il principale obiettivo consisteva nel limitare l'impatto del progetto di centrale elettrica sugli abitanti della regione, l'ambiente e i beni culturali in base alle norme fissate dalla Banca mondiale. Nonostante la propaganda di buone intenzioni delle autorità turche secondo cui la diga avrebbe dovuto portare acqua , posti di lavoro e sviluppo in una zona depressa del Paese, il vero volto dell’opera avrebbe intenzionalmente portato all’evacuazione di circa 78.000 persone da 4.000 villaggi allagando una superficie di 300 km quadrati a causa della costruzione di un lago artificiale che avrebbe sommerso anche la cittadina di Hasankeyf, che ha 12.000 anni di storia e circa 200 siti archeologici.
Il governo di Ankara ha già annunciato che non rinuncerà a costruire la diga. La stampa turca ha riferito di recente che i responsabili del progetto intendono posare la prima pietra il 30 luglio prossimo, giudicando che le condizioni imposte dai paesi europei siano state in gran parte soddisfatte. La decisione di procedere anche in assenza di finanziamenti dall'estero sarebbe stata presa il 10 giugno scorso in una riunione presieduta dal premier Tayyip Erdogan. (Crbm)
Sin dall'inizio, le agenzie di credito all’esportazione avevano sottoposto la concessione della GRE a severe condizioni e il principale obiettivo consisteva nel limitare l'impatto del progetto di centrale elettrica sugli abitanti della regione, l'ambiente e i beni culturali in base alle norme fissate dalla Banca mondiale. Nonostante la propaganda di buone intenzioni delle autorità turche secondo cui la diga avrebbe dovuto portare acqua , posti di lavoro e sviluppo in una zona depressa del Paese, il vero volto dell’opera avrebbe intenzionalmente portato all’evacuazione di circa 78.000 persone da 4.000 villaggi allagando una superficie di 300 km quadrati a causa della costruzione di un lago artificiale che avrebbe sommerso anche la cittadina di Hasankeyf, che ha 12.000 anni di storia e circa 200 siti archeologici.
Il governo di Ankara ha già annunciato che non rinuncerà a costruire la diga. La stampa turca ha riferito di recente che i responsabili del progetto intendono posare la prima pietra il 30 luglio prossimo, giudicando che le condizioni imposte dai paesi europei siano state in gran parte soddisfatte. La decisione di procedere anche in assenza di finanziamenti dall'estero sarebbe stata presa il 10 giugno scorso in una riunione presieduta dal premier Tayyip Erdogan. (Crbm)
I bot battono i fondi comuni, Tfr meglio dei fondi pensione
Che il risparmio gestito italiano non fosse in buona salute lo si sapeva da tempo. Un’ulteriore pesante conferma viene dall’Ufficio Studi di Mediobanca, che tratteggia un quadro impietoso su fondi comuni e sicav. Restando al 2008, i fondi italiani mostrano un rendimento del 10,7% inferiore a quello dei Bot a 12 mesi, ma anche negli ultimi dieci anni la differenza si attesta al 2,5%. I riscatti netti hanno raggiunto i 65 miliardi che, sommate alle perdite, hanno ridotto il patrimonio complessivo di 90 miliardi. Dal 1999 il patrimonio è passato da 444 miliardi a 225 miliardi. Le perdite riguardano praticamente tutti i comparti e le tipologie di fondi, eccezion fatta per i fondi pensione, che hanno invece aumentato del 18% le masse gestite. Ma se guardiamo alle performance c’è poco da rallegrarsi: 100 euro investiti nel 2000 sarebbero diventati 88,3 in un fondo pensione aperto e 113,7 in un fondo negoziale, mentre nel Tfr sarebbero aumentati a 124,4 euro, al netto delle imposte. Unica consolazione viene dalla comparazione con gli altri mercati. Lo scorso anno infatti, fondi e sicav hanno ridotto il patrimonio “solo” del 7,6%, contro il 20% dei fondi europei e il 25% di quelli americani, grazie ad una minore propensione all’investimento azionario dei gestori italiani.A.F.
Che il risparmio gestito italiano non fosse in buona salute lo si sapeva da tempo. Un’ulteriore pesante conferma viene dall’Ufficio Studi di Mediobanca, che tratteggia un quadro impietoso su fondi comuni e sicav. Restando al 2008, i fondi italiani mostrano un rendimento del 10,7% inferiore a quello dei Bot a 12 mesi, ma anche negli ultimi dieci anni la differenza si attesta al 2,5%. I riscatti netti hanno raggiunto i 65 miliardi che, sommate alle perdite, hanno ridotto il patrimonio complessivo di 90 miliardi. Dal 1999 il patrimonio è passato da 444 miliardi a 225 miliardi. Le perdite riguardano praticamente tutti i comparti e le tipologie di fondi, eccezion fatta per i fondi pensione, che hanno invece aumentato del 18% le masse gestite. Ma se guardiamo alle performance c’è poco da rallegrarsi: 100 euro investiti nel 2000 sarebbero diventati 88,3 in un fondo pensione aperto e 113,7 in un fondo negoziale, mentre nel Tfr sarebbero aumentati a 124,4 euro, al netto delle imposte. Unica consolazione viene dalla comparazione con gli altri mercati. Lo scorso anno infatti, fondi e sicav hanno ridotto il patrimonio “solo” del 7,6%, contro il 20% dei fondi europei e il 25% di quelli americani, grazie ad una minore propensione all’investimento azionario dei gestori italiani.A.F.
venerdì 19 giugno 2009
Che cos'è una rivoluzione iraniana?
Un reportage dall'Iran racconta un Paese diviso di fronte a un movimento che potrebbe essere epocale, ma solo a Teheran
scritto da
Sara Hejazi
Dopo le elezioni iraniane del 12 giugno sembra di vivere due Iran distinti. Il primo è quello di tutti i giorni, dove di rivoluzioni se ne vedono poche. La vita continua come sempre per i bazarì, i commercianti, per chi lavora, per le famiglie, per chi va a fare il pellegrinaggio, per chi prega, per i milioni di iraniani che abitano le periferie delle città e quindi del mondo, gli artigiani, i pastori, le tessitrici di tappeti, quelli che sembrano rimasti fermi nel tempo e nello spazio.
L'altro è un Iran delle università, raccontato da diverse voci: prima tra tutte Voice of America, il canale satellitare che trasmette in lingua farsi da Londra e Washington. E' la televisione degli emigrati iraniani di successo, quelli appartenenti alle classi medio alte all'epoca dello shah e che hanno lasciato il Paese dopo la rivoluzione del 1979.
Tutte le sere dopo cena ci sediamo a guardare e commentare le notizie e le immagini del giorno: sono immagini incredibili di una folla in rivolta, di violenza, di guerra, di rivoluzione. L'altra voce che parla dell'università è il passaparola: qualsiasi conoscente si incontri per la strada fornisce notizie sui fatti: quasi sempre un cugino, un amico, un vicino universitario si trovava per caso nella mischia ed è stato preso, picchiato e minacciato. L'ultimo aggiornamento è che sono morte otto persone e ottanta sono state imprigionate.
Questa scissione tra un Paese raccontato e rappresentato come in rivolta e un Paese vissuto, reale, tangibile nella vita di tutti i giorni crea grande confusione. La sorprendente mobilitazione sociale di cui si parla è quasi invisibile, per lo meno dove mi trovo ora, nella città di Mashad, anche se la presenza della polizia per le strade è raddoppiata rispetto a qualche settimana fa. Ma la cosa che più crea confusione tra la gente comune fuori dalla capitale è per quale motivo si sia giunti a questo, e se Mir Hussein Mousavi un uomo di governo, possa da solo bastare a mobilitare un numero così grande di persone, possa insomma assurgere da semplice candidato alle presidenziali quali è stato a ideale politico, a simbolo del cambiamento, a causa per la quale essere disposti a sacrificare anche la vita.
Forse per chiarire questa situazione nebulosa, che tormenta un po' tutti gli iraniani in questi giorni, bisogna considerare come l'Iran è stato rappresentato e costruito sia all'estero che al suo interno: una nazione in costruzione soprattutto a partire dagli anni Trenta del Novecento con un'opera di modernizzazione forzata dall'alto per mano di un Re- dittatore. Per creare la nazione-Iran si è dovuto sopprimere e perseguitare le minoranze religiose ed etniche, si è cercato di cancellare alcuni tratti culturali considerati segno di arretratezza, si è fatta una rivoluzione islamica per definire meglio e omologare l'identità nazionale in senso religioso e poi si è fatta una guerra con l'Iraq, un ulteriore contributo alla causa nazionale.
Ma ora tra i giovani universitari iraniani che hanno culturalmente accesso al resto del mondo (e la cui vita non differisce gran che da quella dei coetanei europei o americani) e il resto dell'Iran, quella delle periferie, ci sono profondi abissi culturali ed economici, nonostante sulla carta la nazionalità sia la stessa.
Può darsi dunque che le elezioni siano state pilotate e truccate, ma la popolarità di Mahmud Ahmadinejad nel paese è reale, è tangibile e si è manifestata durante la campagna elettorale di queste settimane.
Così come è tangibile la voglia di cambiamento e la frustrazione dei giovani iraniani delle università rispetto al proprio governo. Non è Mussavi il motore di questa mobilitazione, ma la voglia di libertà di questa generazione cresciuta sotto la repubblica islamica, di essere, come dicono qui, azadeh, liberi di esprimersi e di vivere non dovendo per forza aggirare il controllo del governo sulla loro quotidianità, ma alla luce del sole, nello spazio pubblico. Perché se è vero che in Iran i giovani universitari conducono vite simili ai coetanei occidentali, è anche vero che lo fanno sempre inventando escamotage per riuscirvi, dovendo ogni volta spostare i confini dell'islamicamente lecito e illecito.
Ora stanno rischiando anche la vita per questi confini immaginati, ed è strano come in una sorta di rivoluzione giovanile del 2009 sia propria l'ideologia politica la grande assente, il grande vuoto della mobilitazione, perché l'energia e la rabbia dei ragazzi di Teheran, covata probabilmente da sempre, sembra bastare a se stessa e non ha bisogno di filosofie e ideali. Peacereporter
scritto da
Sara Hejazi
Dopo le elezioni iraniane del 12 giugno sembra di vivere due Iran distinti. Il primo è quello di tutti i giorni, dove di rivoluzioni se ne vedono poche. La vita continua come sempre per i bazarì, i commercianti, per chi lavora, per le famiglie, per chi va a fare il pellegrinaggio, per chi prega, per i milioni di iraniani che abitano le periferie delle città e quindi del mondo, gli artigiani, i pastori, le tessitrici di tappeti, quelli che sembrano rimasti fermi nel tempo e nello spazio.
L'altro è un Iran delle università, raccontato da diverse voci: prima tra tutte Voice of America, il canale satellitare che trasmette in lingua farsi da Londra e Washington. E' la televisione degli emigrati iraniani di successo, quelli appartenenti alle classi medio alte all'epoca dello shah e che hanno lasciato il Paese dopo la rivoluzione del 1979.
Tutte le sere dopo cena ci sediamo a guardare e commentare le notizie e le immagini del giorno: sono immagini incredibili di una folla in rivolta, di violenza, di guerra, di rivoluzione. L'altra voce che parla dell'università è il passaparola: qualsiasi conoscente si incontri per la strada fornisce notizie sui fatti: quasi sempre un cugino, un amico, un vicino universitario si trovava per caso nella mischia ed è stato preso, picchiato e minacciato. L'ultimo aggiornamento è che sono morte otto persone e ottanta sono state imprigionate.
Questa scissione tra un Paese raccontato e rappresentato come in rivolta e un Paese vissuto, reale, tangibile nella vita di tutti i giorni crea grande confusione. La sorprendente mobilitazione sociale di cui si parla è quasi invisibile, per lo meno dove mi trovo ora, nella città di Mashad, anche se la presenza della polizia per le strade è raddoppiata rispetto a qualche settimana fa. Ma la cosa che più crea confusione tra la gente comune fuori dalla capitale è per quale motivo si sia giunti a questo, e se Mir Hussein Mousavi un uomo di governo, possa da solo bastare a mobilitare un numero così grande di persone, possa insomma assurgere da semplice candidato alle presidenziali quali è stato a ideale politico, a simbolo del cambiamento, a causa per la quale essere disposti a sacrificare anche la vita.
Forse per chiarire questa situazione nebulosa, che tormenta un po' tutti gli iraniani in questi giorni, bisogna considerare come l'Iran è stato rappresentato e costruito sia all'estero che al suo interno: una nazione in costruzione soprattutto a partire dagli anni Trenta del Novecento con un'opera di modernizzazione forzata dall'alto per mano di un Re- dittatore. Per creare la nazione-Iran si è dovuto sopprimere e perseguitare le minoranze religiose ed etniche, si è cercato di cancellare alcuni tratti culturali considerati segno di arretratezza, si è fatta una rivoluzione islamica per definire meglio e omologare l'identità nazionale in senso religioso e poi si è fatta una guerra con l'Iraq, un ulteriore contributo alla causa nazionale.
Ma ora tra i giovani universitari iraniani che hanno culturalmente accesso al resto del mondo (e la cui vita non differisce gran che da quella dei coetanei europei o americani) e il resto dell'Iran, quella delle periferie, ci sono profondi abissi culturali ed economici, nonostante sulla carta la nazionalità sia la stessa.
Può darsi dunque che le elezioni siano state pilotate e truccate, ma la popolarità di Mahmud Ahmadinejad nel paese è reale, è tangibile e si è manifestata durante la campagna elettorale di queste settimane.
Così come è tangibile la voglia di cambiamento e la frustrazione dei giovani iraniani delle università rispetto al proprio governo. Non è Mussavi il motore di questa mobilitazione, ma la voglia di libertà di questa generazione cresciuta sotto la repubblica islamica, di essere, come dicono qui, azadeh, liberi di esprimersi e di vivere non dovendo per forza aggirare il controllo del governo sulla loro quotidianità, ma alla luce del sole, nello spazio pubblico. Perché se è vero che in Iran i giovani universitari conducono vite simili ai coetanei occidentali, è anche vero che lo fanno sempre inventando escamotage per riuscirvi, dovendo ogni volta spostare i confini dell'islamicamente lecito e illecito.
Ora stanno rischiando anche la vita per questi confini immaginati, ed è strano come in una sorta di rivoluzione giovanile del 2009 sia propria l'ideologia politica la grande assente, il grande vuoto della mobilitazione, perché l'energia e la rabbia dei ragazzi di Teheran, covata probabilmente da sempre, sembra bastare a se stessa e non ha bisogno di filosofie e ideali. Peacereporter
venerdì 12 giugno 2009
Scuola, 120mila stranieri frequentano le superiori
Per notarlo basta guardare le foto di classe. Solo nove anni fa, l'unico straniero (quando c'era) saltava agli occhi. Oggi, invece, nel gruppo, sorridenti e integrati, compaiono cinesi, africani, sudamericani e macedoni. Un perfetto mix di culture, tradizioni e lingue che convivono gomito a gomito sui banchi di scuola. Gli ultimi dati messi a disposizione dal ministero dell'Istruzione lo confermano: la scuola è il motore dell'integrazione. Nell'anno scolastico 2007-2008 gli alunni con cittadinanza non italiana sono stati in totale 574.133, quasi sette volte di più rispetto al 1998-99. La maggioranza degli stranieri in età scolare frequenta la scuola primaria (217.716) e la scuola media (126.396). Gli altri si dividono quasi equamente tra asili (111.044) e istituti superiori (118.977). Nelle scuole di II grado, nel 1998/99 gli stranieri erano solo 8.910 (esclusi gli iscritti alle scuole non statali), mentre nel 2007/08 se ne contava uno ogni 23 alunni. Nell'89,7% dei casi gli stranieri sono iscritti a una scuola statale. Tre su dieci sono nati in Italia, gli altri ci sono arrivati insieme ai genitori.
In totale, gli immigrati rappresentano il 6,4% degli alunni iscritti alle scuole italiane. Le previsioni demografiche stimano che nel 2050 si raggiungerà il pareggio e un banco su due sarà occupato da uno straniero. Eppure in cinque scuole superiori il futuro è arrivato con 40 anni di anticipo. È accaduto a Piacenza all'istituto professionale per l'industria e l'artigianato "Leonardo Da Vinci"; a Cremona, all'Ipia "A. Stradivari"; all'istituto professionale per i servizi sociali "Don Zefirino Jodi" di Novellara, in provincia di Reggio Emilia; in due istituti professionali di Milano, il "Bertarelli" e il "Marignoni".
Cinque scuole che hanno in comune l'area geografica (il Nord), l'indirizzo professionale (il preferito dagli stranieri) e la presenza di moltissimi studenti di origine extracomunitaria: più di un banco su due è occupato da un alunno proveniente da un altro paese. Qui, infatti, gli immigrati sono il 50-60% del totale iscritti. Un dato rilevante, soprattutto se si considera che non tutti gli immigrati completano gli studi.
«Stranieri? Noi neanche ce ne accorgiamo, gli studenti sono tutti uguali». Rachele Capristo, vicepreside dell'istituto per i servizi commerciali e turistici "Bertarelli" di Milano, ci tiene a dire le cose come stanno: «Qui i ragazzi vengono volentieri, sia gli italiani che gli extracomunitari. La scuola è un'oasi di integrazione, qui si sentono protetti». Lo confermano le attività extrascolastiche che si svolgono il sabato e che sono sempre affollatissime.
A Piacenza l'Ipsia "Leonardo Da Vinci" conta 310 iscritti, di cui il 60% straniero. «Per il prossimo anno – spiega il vicepreside Stefano Angelillo – prevediamo che la percentuale di immigrati salga al 75%». La maggior parte viene dall'Ecuador e dalla Macedonia, ma in totale le nazionalità presenti sono 23.
Diversa è, invece, l'immigrazione all'istituto "Stradivari" di Cremona, unico in Italia per il suo indirizzo di liuteria. «Vengono da tutto il mondo per apprendere questa tecnica», afferma la dirigente scolastica Mirelva Mondini. L'istituto è davvero multietnico: ci sono coreani, australiani, giapponesi, francesi, finlandesi, americani.
Se nelle superiori fa notizia, nelle scuole dell'infanzia la multiculturalità è una realtà quotidiana già consolidata: il numero di scuole in cui la percentuale di bambini stranieri oscilla tra il 50 e il 60% è salito a 46. Ma ci sono addirittura 22 scuole dove gli stranieri sono il 60-70% degli iscritti, nove in cui si raggiunge una percentuale dell'80% e una che supera questa soglia. Nelle primarie e nelle medie l'incidenza degli stranieri cala progressivamente, fino a raggiungere la media nazionale del 6,4 per cento.
I dati relativi al 2007-2008 forniscono altre due sorprese. La prima riguarda il comune capoluogo con l'incidenza più elevata di studenti stranieri: Milano viene scalzata da Prato, con il 15,2% di alunni immigrati. La seconda, invece, riguarda la nazionalità che detiene il primato nelle scuole: gli albanesi lasciano il posto ai rumeni, che sono il 16,2% degli iscritti totali.
Negli altri paesi europei presi in esame dal dossier del ministero la percentuale di alunni immigrati è quasi sempre più alta rispetto all'Italia. Fanno eccezione il Portogallo, dove rappresentano il 5% della popolazione scolastica, e la Francia, dove il basso tasso (3,9%) è dovuto alle regole differenti: è "francese di nascita" ogni bambino nato nel paese da almeno un genitore nato in Francia, mentre è "francese per filiazione" qualsiasi bambino nato da almeno un genitore francese.
In Inghilterra (dove il tasso è pari al 22,6%), invece, il censimento non è legato alla nazionalità, ma al grado di appartenenza a un gruppo che si riconosce come la "propria" comunità. di francesca milano
In totale, gli immigrati rappresentano il 6,4% degli alunni iscritti alle scuole italiane. Le previsioni demografiche stimano che nel 2050 si raggiungerà il pareggio e un banco su due sarà occupato da uno straniero. Eppure in cinque scuole superiori il futuro è arrivato con 40 anni di anticipo. È accaduto a Piacenza all'istituto professionale per l'industria e l'artigianato "Leonardo Da Vinci"; a Cremona, all'Ipia "A. Stradivari"; all'istituto professionale per i servizi sociali "Don Zefirino Jodi" di Novellara, in provincia di Reggio Emilia; in due istituti professionali di Milano, il "Bertarelli" e il "Marignoni".
Cinque scuole che hanno in comune l'area geografica (il Nord), l'indirizzo professionale (il preferito dagli stranieri) e la presenza di moltissimi studenti di origine extracomunitaria: più di un banco su due è occupato da un alunno proveniente da un altro paese. Qui, infatti, gli immigrati sono il 50-60% del totale iscritti. Un dato rilevante, soprattutto se si considera che non tutti gli immigrati completano gli studi.
«Stranieri? Noi neanche ce ne accorgiamo, gli studenti sono tutti uguali». Rachele Capristo, vicepreside dell'istituto per i servizi commerciali e turistici "Bertarelli" di Milano, ci tiene a dire le cose come stanno: «Qui i ragazzi vengono volentieri, sia gli italiani che gli extracomunitari. La scuola è un'oasi di integrazione, qui si sentono protetti». Lo confermano le attività extrascolastiche che si svolgono il sabato e che sono sempre affollatissime.
A Piacenza l'Ipsia "Leonardo Da Vinci" conta 310 iscritti, di cui il 60% straniero. «Per il prossimo anno – spiega il vicepreside Stefano Angelillo – prevediamo che la percentuale di immigrati salga al 75%». La maggior parte viene dall'Ecuador e dalla Macedonia, ma in totale le nazionalità presenti sono 23.
Diversa è, invece, l'immigrazione all'istituto "Stradivari" di Cremona, unico in Italia per il suo indirizzo di liuteria. «Vengono da tutto il mondo per apprendere questa tecnica», afferma la dirigente scolastica Mirelva Mondini. L'istituto è davvero multietnico: ci sono coreani, australiani, giapponesi, francesi, finlandesi, americani.
Se nelle superiori fa notizia, nelle scuole dell'infanzia la multiculturalità è una realtà quotidiana già consolidata: il numero di scuole in cui la percentuale di bambini stranieri oscilla tra il 50 e il 60% è salito a 46. Ma ci sono addirittura 22 scuole dove gli stranieri sono il 60-70% degli iscritti, nove in cui si raggiunge una percentuale dell'80% e una che supera questa soglia. Nelle primarie e nelle medie l'incidenza degli stranieri cala progressivamente, fino a raggiungere la media nazionale del 6,4 per cento.
I dati relativi al 2007-2008 forniscono altre due sorprese. La prima riguarda il comune capoluogo con l'incidenza più elevata di studenti stranieri: Milano viene scalzata da Prato, con il 15,2% di alunni immigrati. La seconda, invece, riguarda la nazionalità che detiene il primato nelle scuole: gli albanesi lasciano il posto ai rumeni, che sono il 16,2% degli iscritti totali.
Negli altri paesi europei presi in esame dal dossier del ministero la percentuale di alunni immigrati è quasi sempre più alta rispetto all'Italia. Fanno eccezione il Portogallo, dove rappresentano il 5% della popolazione scolastica, e la Francia, dove il basso tasso (3,9%) è dovuto alle regole differenti: è "francese di nascita" ogni bambino nato nel paese da almeno un genitore nato in Francia, mentre è "francese per filiazione" qualsiasi bambino nato da almeno un genitore francese.
In Inghilterra (dove il tasso è pari al 22,6%), invece, il censimento non è legato alla nazionalità, ma al grado di appartenenza a un gruppo che si riconosce come la "propria" comunità. di francesca milano
martedì 9 giugno 2009
Sipri: nel 2008 l'Italia ottava per spese militari e nell'export di armi
Con 40,6 miliardi di dollari in valori correnti l'Italia mantiene anche nel 2008 l'ottavo posto nel mondo per spese militari: lo si apprende dal Sipri Yearbook 2009 (sommario in .pdf), l'annuale rapporto reso noto ieri dall'autorevole Istituto di ricerche di Stoccolma. L'incremento del budget militare nazionale è dell'1,8%, ma il costo sociale per ogni italiano è molto più alto perchè la spesa pro-capite del nostro paese è di 689 dollari, una delle maggiori al mondo, e per il quinto anno consecutivo supera di gran lunga quella Germania (568 dollari) e da vari anni anche quella di altri paesi del G8 come Russia (413 dollari) e Giappone (361 dollari).
L'Italia ricopre il 2,8% della spesa militare mondiale che vede gli Stati Uniti stabilmente al primo posto con una spesa di 607 miliardi di dollari (il 41,5% del totale mondiale), seguita per la prima volta dal dopoguerra dalla Cina - i cui dati "stimati" riportano un incremento del 10% e si aggirano sugli 84,9 miliardi di dollari (il 5,8% del totale) e quindi dalla Francia che con 65,7 miliardi di dollari (il 4,5% del totale) nel 2008 supera per spese militari la Gran Bretagna (65,3 miliardi pari al 4,5%) seguita dalla Russia che riporta valori "stimati" di 58,6 miliardi di dollari pari al 4% del budget militare mondiale. Seguono quindi la Germania (46,8 miliardi di dollari che ricoprono il 3,2% del totale), il Giappone (46,3 miliardi pari al 3,2%), l'Italia (40,6 miliardi pari al 2,8% mondiale), l'Arabia Saudita (38,2 miliardi pari al 2,6%) e completa la top ten l'India con 30 miliardi di dollari (il 2,1%).
Nel complesso - riporta il Sipri - nonostante la crisi finanziaria internazionale la spesa militare nel mondo è cresciuta in un anno del 4%, raggiungendo nel 2008 i 1.464 miliardi di dollari in valori correnti (oltre 1000 miliardi di euro), ovvero i 1.226 miliardi in valori costanti (era di 1.214 miliardi in valori costanti nel 2007) raggiungendo così la nuova cifra record dagli fine degli anni della Guerra Fredda. Solo nell'ultimo decennio l'incremento è stato del 45% e la spesa militare corrisponde oggi al 2,4% del Prodotto interno lordo mondiale e costa in un anno 217 dollari per ogni abitante del pianeta.
La differenza tra le diverse regioni geopolitiche del mondo è ovviamente ampia: a fronte di una spesa militare complessiva dei paesi del Nord America di oltre 564 miliardi di dollari quella dell'America Centrale e del Sud non raggiunge i 39 miliardi; una cifra che è comunque superiore rispetto a quella di tutta l'Africa - che nell'ultimo decennio riporta un incremento del 40% - dove nell'insieme è di circa 20,4 miliardi di dollari. L'Oceania è il continente con minor spesa militare (16,6 miliardi), mentre l'Asia sfiora i 190 miliardi di dollari di cui 157 miliardi sono spesi dai Paesi dell'Asia Orientale. Le spese del continente europeo (320 miliardi di dollari) sono suddivise in oltre 277 miliardi per il paesi dell'Europa occidentale e centrale e 43,6 miliardi di dollari per l'Europa Orientale che -secondo il Sipri - è nell'ultimo decennio la zona con maggior incremento del budget militare (più 174%) seguita dai paesi del Nord Africa (più 94%) e del Nord America (più 66%), mentre il Medio Oriente presenta un aumento del 56%. Per quanto riguarda i singoli paesi va segnalato che tra il 2007 e il 2008 il budget militare dell'Iraq è cresciuto del 133%.
A parte l'Europa occidentale e centrale, dal 1999 tutte le regioni del mondo hanno visto "significativi incrementi" della spesa militare - riporta il Sipri. "Durante gli otto anni della presidenza di George W. Bush, la spesa militare è aumentata a livelli che non si registravano dalla Seconda Guerra Mondiale soprattutto per i costi dei conflitti in Afghanistan e Iraq: un incremento che ha contribuito all'impennata del deficit del bilancio Usa. I due conflitti sono stati sovvenzionati con provvedimenti supplementari d'emergenza fuori dal regolare budget e sono stati finanziati attraverso prestiti" - segnala il Sipri. "L'impiego di fondi supplementari ha sollevato preoccupazioni circa la trasparenza e i controlli del Congresso. I due conflitti - conclude il Sipri - continueranno, nel prossimo futuro, a richiedere ingenti risorse anche a fronte di un possibile ritiro delle truppe Usa dall'Iraq". Nel complesso le guerre in Afghanistan e in Iraq sono costate agli Stati Uniti circa 903 miliardi di dollari.
Il commercio internazionale di armamenti
Per quanto riguarda il commercio internazionale di armamenti, nonostante una flessione nell'ultimo anno che - secondo il Sipri "Trend-indicator value" ha visto i trasferimenti internazionali passare dai quasi 25,4 miliardi di dollari (in valori costanti) del 2007 a meno di 22,7 miliardi del 2008 - "dal 2005 si registra un trend di incremento nelle consegne dei maggiori sistemi di armamento convenzionale". Va però notato che il "valore finanziario" è molto superiore: si tratta nel 2007 di oltre 51,1 miliardi di dollari e le cifre - avverte il Sipri - sono al ribasso in quanto non comprendono le esportazioni della Cina e di altri importanti paesi esportatori che non rendono noti i loro dati. La media del quinquennio 2004-8 è comunque superiore del 21% rispetto al quinquennio 2000-4 e Stati Uniti (31% del totale) e Russia (25%) rimangono i principali esportatori di armamenti seguiti da Germania (10%), Francia (8%) e Gran Bretagna (4%). Questi cinque paesi ricoprono quasi l'80% del volume di trasferimenti di armi, sono stati i primi cinque esportatori mondiali di armi sin dalla fine della Guerra Fredda e nell'insieme hanno mantenuto i 3/4 dell'export annuale di armamenti.
Tra i maggiori importatori di armamenti convenzionali, la Cina con l'11% del totale è il principale acquirente mondiale del quinquennio 2004-8, seguita dall'India (7% del totale), Emirati Arabi Uniti (6%), Corea del Sud (6%) e Grecia (4%). Il principale fornitore della Cina rimane la Russia ma - nota il Sipri - le consegne russe si sono "ridotte fortemente" nel 2007 e 2008 in quanto "la Cina ha impiegato il proprio accesso alle tecnologie russe per sviluppare armamenti in proprio, in taluni casi copiandoli illegalmente da componenti di fabbricazione russa: i due paesi hanno sottoscritto nel 2008 un accordo di proprietà intellettuale specifico per sistemi militari".
Il Sipri Arms Transfers Database segnala nel quinquennio 2004-8 esportazioni di sistemi militari convenzionali dagli Stati Uniti per un valore di oltre 34,9 miliardi di dollari (in valori costanti), seguiti dalla Russia (28,5 miliardi), Germania (11,5 miliardi), Francia (9,6 miliardi), Gran Bretagna (5,1 miliardi), Olanda (3,8 miliardi) e Italia (2,8 miliardi). Nel 2008 l'Italia sarebbe superata dalla Spagna ma va ricordato che il database del Sipri è in costante aggiornamento e - come riporta il Rapporto della Presidenza del Consiglio - nel 2008 l'Italia ha effettuato consegne di armamenti ad uso militare per un valore complessivo di quasi 1,8 miliardi di euro (vedi tabella in .pdf), un record dall'entrata in vigore della legge 185 che dal 1990 regolamenta la materia.
I principali produttori di armamenti
In generale la produzione globale di armamenti ha continuato ad aumentare nel 2007 quando le vendite delle cento principali aziende del settore hanno raggiunto i 347 miliardi di dollari registrando un incremento del 11% in valori nominali: dal 2002 queste aziende hanno incrementato le proprie vendite del 37%. Tra queste cento, 44 sono aziende negli Stati Uniti e nel 2007 hanno assunto il 61% delle vendite (nazionali e internazionali) di armamenti mentre le 32 maggiori industrie dell'Europa occidentale hanno rilevato il 31% della produzione e le industrie di Russia, Giappone, Israele e India hanno assunto il rimanente 8%.
Nel 2007 le dieci principali aziende produttrici di armamenti - escludendo quelle cinesi - risultano la Boeing con vendite di armamenti per quasi 30,5 miliardi di dollari, seguita dalla britannica BAE Systems (29,9 miliardi), e quindi dalle statunitensi Lockheed Martin (29,4 miliardi), Northrop Grumman (24,6 miliardi), General Dynamics (21,5 miliardi) e Raytheon (19,5 miliardi). Al settimo posto è segnalata l'europea EADS (13,1 miliardi) seguita dall'americana L-3 Communications, dall'italiana Finmeccanica e dalla francese Thales (9,3 miliardi).
L'azienda italiana Finmeccanica, grazie al sostegno del Ministerio dell'Economia che ne è il principale azionista, da diversi anni occupa un posto nella "top ten" delle aziende produttrici di armi e anche nel 2007, con oltre 9,8 miliardi di vendite, mantiene il nono posto nel mondo. Ma soprattutto è segnalata dal Sipri per l'acquisizione nel 2008 dell'azienda americana di elettronica militare DRS Technologies: un'operazione del valore di 5,2 miliardi di dollari che rappresenta la prima e principale acquisizione di una compagnia militare americana da parte di una ditta dell'Europa continentale.
Altri importanti capitoli del Sipri Yearbook sono dedicati alla sicurezza internazionale - al cui riguardo l'Istituto di Stoccolma nota che "il 2008 ha visto un incremento delle minaccia alla sicurezza, alla stabilità e alla pace in quasi ogni parte del globo", al problema delle vittime dei conflitti e in particolare agli sfollati e rifugiati, del controllo del commercio di armamenti - in cui una parte è dedicata al recente 'Trattato per la messa al bando delle bombe a grappolo' ("cluster bomb"), alla proliferazione di armamenti nucleari e agli embargo internazionali di armamenti.
Giorgio Beretta da Unimondo
L'Italia ricopre il 2,8% della spesa militare mondiale che vede gli Stati Uniti stabilmente al primo posto con una spesa di 607 miliardi di dollari (il 41,5% del totale mondiale), seguita per la prima volta dal dopoguerra dalla Cina - i cui dati "stimati" riportano un incremento del 10% e si aggirano sugli 84,9 miliardi di dollari (il 5,8% del totale) e quindi dalla Francia che con 65,7 miliardi di dollari (il 4,5% del totale) nel 2008 supera per spese militari la Gran Bretagna (65,3 miliardi pari al 4,5%) seguita dalla Russia che riporta valori "stimati" di 58,6 miliardi di dollari pari al 4% del budget militare mondiale. Seguono quindi la Germania (46,8 miliardi di dollari che ricoprono il 3,2% del totale), il Giappone (46,3 miliardi pari al 3,2%), l'Italia (40,6 miliardi pari al 2,8% mondiale), l'Arabia Saudita (38,2 miliardi pari al 2,6%) e completa la top ten l'India con 30 miliardi di dollari (il 2,1%).
Nel complesso - riporta il Sipri - nonostante la crisi finanziaria internazionale la spesa militare nel mondo è cresciuta in un anno del 4%, raggiungendo nel 2008 i 1.464 miliardi di dollari in valori correnti (oltre 1000 miliardi di euro), ovvero i 1.226 miliardi in valori costanti (era di 1.214 miliardi in valori costanti nel 2007) raggiungendo così la nuova cifra record dagli fine degli anni della Guerra Fredda. Solo nell'ultimo decennio l'incremento è stato del 45% e la spesa militare corrisponde oggi al 2,4% del Prodotto interno lordo mondiale e costa in un anno 217 dollari per ogni abitante del pianeta.
La differenza tra le diverse regioni geopolitiche del mondo è ovviamente ampia: a fronte di una spesa militare complessiva dei paesi del Nord America di oltre 564 miliardi di dollari quella dell'America Centrale e del Sud non raggiunge i 39 miliardi; una cifra che è comunque superiore rispetto a quella di tutta l'Africa - che nell'ultimo decennio riporta un incremento del 40% - dove nell'insieme è di circa 20,4 miliardi di dollari. L'Oceania è il continente con minor spesa militare (16,6 miliardi), mentre l'Asia sfiora i 190 miliardi di dollari di cui 157 miliardi sono spesi dai Paesi dell'Asia Orientale. Le spese del continente europeo (320 miliardi di dollari) sono suddivise in oltre 277 miliardi per il paesi dell'Europa occidentale e centrale e 43,6 miliardi di dollari per l'Europa Orientale che -secondo il Sipri - è nell'ultimo decennio la zona con maggior incremento del budget militare (più 174%) seguita dai paesi del Nord Africa (più 94%) e del Nord America (più 66%), mentre il Medio Oriente presenta un aumento del 56%. Per quanto riguarda i singoli paesi va segnalato che tra il 2007 e il 2008 il budget militare dell'Iraq è cresciuto del 133%.
A parte l'Europa occidentale e centrale, dal 1999 tutte le regioni del mondo hanno visto "significativi incrementi" della spesa militare - riporta il Sipri. "Durante gli otto anni della presidenza di George W. Bush, la spesa militare è aumentata a livelli che non si registravano dalla Seconda Guerra Mondiale soprattutto per i costi dei conflitti in Afghanistan e Iraq: un incremento che ha contribuito all'impennata del deficit del bilancio Usa. I due conflitti sono stati sovvenzionati con provvedimenti supplementari d'emergenza fuori dal regolare budget e sono stati finanziati attraverso prestiti" - segnala il Sipri. "L'impiego di fondi supplementari ha sollevato preoccupazioni circa la trasparenza e i controlli del Congresso. I due conflitti - conclude il Sipri - continueranno, nel prossimo futuro, a richiedere ingenti risorse anche a fronte di un possibile ritiro delle truppe Usa dall'Iraq". Nel complesso le guerre in Afghanistan e in Iraq sono costate agli Stati Uniti circa 903 miliardi di dollari.
Il commercio internazionale di armamenti
Per quanto riguarda il commercio internazionale di armamenti, nonostante una flessione nell'ultimo anno che - secondo il Sipri "Trend-indicator value" ha visto i trasferimenti internazionali passare dai quasi 25,4 miliardi di dollari (in valori costanti) del 2007 a meno di 22,7 miliardi del 2008 - "dal 2005 si registra un trend di incremento nelle consegne dei maggiori sistemi di armamento convenzionale". Va però notato che il "valore finanziario" è molto superiore: si tratta nel 2007 di oltre 51,1 miliardi di dollari e le cifre - avverte il Sipri - sono al ribasso in quanto non comprendono le esportazioni della Cina e di altri importanti paesi esportatori che non rendono noti i loro dati. La media del quinquennio 2004-8 è comunque superiore del 21% rispetto al quinquennio 2000-4 e Stati Uniti (31% del totale) e Russia (25%) rimangono i principali esportatori di armamenti seguiti da Germania (10%), Francia (8%) e Gran Bretagna (4%). Questi cinque paesi ricoprono quasi l'80% del volume di trasferimenti di armi, sono stati i primi cinque esportatori mondiali di armi sin dalla fine della Guerra Fredda e nell'insieme hanno mantenuto i 3/4 dell'export annuale di armamenti.
Tra i maggiori importatori di armamenti convenzionali, la Cina con l'11% del totale è il principale acquirente mondiale del quinquennio 2004-8, seguita dall'India (7% del totale), Emirati Arabi Uniti (6%), Corea del Sud (6%) e Grecia (4%). Il principale fornitore della Cina rimane la Russia ma - nota il Sipri - le consegne russe si sono "ridotte fortemente" nel 2007 e 2008 in quanto "la Cina ha impiegato il proprio accesso alle tecnologie russe per sviluppare armamenti in proprio, in taluni casi copiandoli illegalmente da componenti di fabbricazione russa: i due paesi hanno sottoscritto nel 2008 un accordo di proprietà intellettuale specifico per sistemi militari".
Il Sipri Arms Transfers Database segnala nel quinquennio 2004-8 esportazioni di sistemi militari convenzionali dagli Stati Uniti per un valore di oltre 34,9 miliardi di dollari (in valori costanti), seguiti dalla Russia (28,5 miliardi), Germania (11,5 miliardi), Francia (9,6 miliardi), Gran Bretagna (5,1 miliardi), Olanda (3,8 miliardi) e Italia (2,8 miliardi). Nel 2008 l'Italia sarebbe superata dalla Spagna ma va ricordato che il database del Sipri è in costante aggiornamento e - come riporta il Rapporto della Presidenza del Consiglio - nel 2008 l'Italia ha effettuato consegne di armamenti ad uso militare per un valore complessivo di quasi 1,8 miliardi di euro (vedi tabella in .pdf), un record dall'entrata in vigore della legge 185 che dal 1990 regolamenta la materia.
I principali produttori di armamenti
In generale la produzione globale di armamenti ha continuato ad aumentare nel 2007 quando le vendite delle cento principali aziende del settore hanno raggiunto i 347 miliardi di dollari registrando un incremento del 11% in valori nominali: dal 2002 queste aziende hanno incrementato le proprie vendite del 37%. Tra queste cento, 44 sono aziende negli Stati Uniti e nel 2007 hanno assunto il 61% delle vendite (nazionali e internazionali) di armamenti mentre le 32 maggiori industrie dell'Europa occidentale hanno rilevato il 31% della produzione e le industrie di Russia, Giappone, Israele e India hanno assunto il rimanente 8%.
Nel 2007 le dieci principali aziende produttrici di armamenti - escludendo quelle cinesi - risultano la Boeing con vendite di armamenti per quasi 30,5 miliardi di dollari, seguita dalla britannica BAE Systems (29,9 miliardi), e quindi dalle statunitensi Lockheed Martin (29,4 miliardi), Northrop Grumman (24,6 miliardi), General Dynamics (21,5 miliardi) e Raytheon (19,5 miliardi). Al settimo posto è segnalata l'europea EADS (13,1 miliardi) seguita dall'americana L-3 Communications, dall'italiana Finmeccanica e dalla francese Thales (9,3 miliardi).
L'azienda italiana Finmeccanica, grazie al sostegno del Ministerio dell'Economia che ne è il principale azionista, da diversi anni occupa un posto nella "top ten" delle aziende produttrici di armi e anche nel 2007, con oltre 9,8 miliardi di vendite, mantiene il nono posto nel mondo. Ma soprattutto è segnalata dal Sipri per l'acquisizione nel 2008 dell'azienda americana di elettronica militare DRS Technologies: un'operazione del valore di 5,2 miliardi di dollari che rappresenta la prima e principale acquisizione di una compagnia militare americana da parte di una ditta dell'Europa continentale.
Altri importanti capitoli del Sipri Yearbook sono dedicati alla sicurezza internazionale - al cui riguardo l'Istituto di Stoccolma nota che "il 2008 ha visto un incremento delle minaccia alla sicurezza, alla stabilità e alla pace in quasi ogni parte del globo", al problema delle vittime dei conflitti e in particolare agli sfollati e rifugiati, del controllo del commercio di armamenti - in cui una parte è dedicata al recente 'Trattato per la messa al bando delle bombe a grappolo' ("cluster bomb"), alla proliferazione di armamenti nucleari e agli embargo internazionali di armamenti.
Giorgio Beretta da Unimondo
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