Un reportage dall'Iran racconta un Paese diviso di fronte a un movimento che potrebbe essere epocale, ma solo a Teheran
scritto da
Sara Hejazi
Dopo le elezioni iraniane del 12 giugno sembra di vivere due Iran distinti. Il primo è quello di tutti i giorni, dove di rivoluzioni se ne vedono poche. La vita continua come sempre per i bazarì, i commercianti, per chi lavora, per le famiglie, per chi va a fare il pellegrinaggio, per chi prega, per i milioni di iraniani che abitano le periferie delle città e quindi del mondo, gli artigiani, i pastori, le tessitrici di tappeti, quelli che sembrano rimasti fermi nel tempo e nello spazio.
L'altro è un Iran delle università, raccontato da diverse voci: prima tra tutte Voice of America, il canale satellitare che trasmette in lingua farsi da Londra e Washington. E' la televisione degli emigrati iraniani di successo, quelli appartenenti alle classi medio alte all'epoca dello shah e che hanno lasciato il Paese dopo la rivoluzione del 1979.
Tutte le sere dopo cena ci sediamo a guardare e commentare le notizie e le immagini del giorno: sono immagini incredibili di una folla in rivolta, di violenza, di guerra, di rivoluzione. L'altra voce che parla dell'università è il passaparola: qualsiasi conoscente si incontri per la strada fornisce notizie sui fatti: quasi sempre un cugino, un amico, un vicino universitario si trovava per caso nella mischia ed è stato preso, picchiato e minacciato. L'ultimo aggiornamento è che sono morte otto persone e ottanta sono state imprigionate.
Questa scissione tra un Paese raccontato e rappresentato come in rivolta e un Paese vissuto, reale, tangibile nella vita di tutti i giorni crea grande confusione. La sorprendente mobilitazione sociale di cui si parla è quasi invisibile, per lo meno dove mi trovo ora, nella città di Mashad, anche se la presenza della polizia per le strade è raddoppiata rispetto a qualche settimana fa. Ma la cosa che più crea confusione tra la gente comune fuori dalla capitale è per quale motivo si sia giunti a questo, e se Mir Hussein Mousavi un uomo di governo, possa da solo bastare a mobilitare un numero così grande di persone, possa insomma assurgere da semplice candidato alle presidenziali quali è stato a ideale politico, a simbolo del cambiamento, a causa per la quale essere disposti a sacrificare anche la vita.
Forse per chiarire questa situazione nebulosa, che tormenta un po' tutti gli iraniani in questi giorni, bisogna considerare come l'Iran è stato rappresentato e costruito sia all'estero che al suo interno: una nazione in costruzione soprattutto a partire dagli anni Trenta del Novecento con un'opera di modernizzazione forzata dall'alto per mano di un Re- dittatore. Per creare la nazione-Iran si è dovuto sopprimere e perseguitare le minoranze religiose ed etniche, si è cercato di cancellare alcuni tratti culturali considerati segno di arretratezza, si è fatta una rivoluzione islamica per definire meglio e omologare l'identità nazionale in senso religioso e poi si è fatta una guerra con l'Iraq, un ulteriore contributo alla causa nazionale.
Ma ora tra i giovani universitari iraniani che hanno culturalmente accesso al resto del mondo (e la cui vita non differisce gran che da quella dei coetanei europei o americani) e il resto dell'Iran, quella delle periferie, ci sono profondi abissi culturali ed economici, nonostante sulla carta la nazionalità sia la stessa.
Può darsi dunque che le elezioni siano state pilotate e truccate, ma la popolarità di Mahmud Ahmadinejad nel paese è reale, è tangibile e si è manifestata durante la campagna elettorale di queste settimane.
Così come è tangibile la voglia di cambiamento e la frustrazione dei giovani iraniani delle università rispetto al proprio governo. Non è Mussavi il motore di questa mobilitazione, ma la voglia di libertà di questa generazione cresciuta sotto la repubblica islamica, di essere, come dicono qui, azadeh, liberi di esprimersi e di vivere non dovendo per forza aggirare il controllo del governo sulla loro quotidianità, ma alla luce del sole, nello spazio pubblico. Perché se è vero che in Iran i giovani universitari conducono vite simili ai coetanei occidentali, è anche vero che lo fanno sempre inventando escamotage per riuscirvi, dovendo ogni volta spostare i confini dell'islamicamente lecito e illecito.
Ora stanno rischiando anche la vita per questi confini immaginati, ed è strano come in una sorta di rivoluzione giovanile del 2009 sia propria l'ideologia politica la grande assente, il grande vuoto della mobilitazione, perché l'energia e la rabbia dei ragazzi di Teheran, covata probabilmente da sempre, sembra bastare a se stessa e non ha bisogno di filosofie e ideali. Peacereporter
venerdì 19 giugno 2009
venerdì 12 giugno 2009
Scuola, 120mila stranieri frequentano le superiori
Per notarlo basta guardare le foto di classe. Solo nove anni fa, l'unico straniero (quando c'era) saltava agli occhi. Oggi, invece, nel gruppo, sorridenti e integrati, compaiono cinesi, africani, sudamericani e macedoni. Un perfetto mix di culture, tradizioni e lingue che convivono gomito a gomito sui banchi di scuola. Gli ultimi dati messi a disposizione dal ministero dell'Istruzione lo confermano: la scuola è il motore dell'integrazione. Nell'anno scolastico 2007-2008 gli alunni con cittadinanza non italiana sono stati in totale 574.133, quasi sette volte di più rispetto al 1998-99. La maggioranza degli stranieri in età scolare frequenta la scuola primaria (217.716) e la scuola media (126.396). Gli altri si dividono quasi equamente tra asili (111.044) e istituti superiori (118.977). Nelle scuole di II grado, nel 1998/99 gli stranieri erano solo 8.910 (esclusi gli iscritti alle scuole non statali), mentre nel 2007/08 se ne contava uno ogni 23 alunni. Nell'89,7% dei casi gli stranieri sono iscritti a una scuola statale. Tre su dieci sono nati in Italia, gli altri ci sono arrivati insieme ai genitori.
In totale, gli immigrati rappresentano il 6,4% degli alunni iscritti alle scuole italiane. Le previsioni demografiche stimano che nel 2050 si raggiungerà il pareggio e un banco su due sarà occupato da uno straniero. Eppure in cinque scuole superiori il futuro è arrivato con 40 anni di anticipo. È accaduto a Piacenza all'istituto professionale per l'industria e l'artigianato "Leonardo Da Vinci"; a Cremona, all'Ipia "A. Stradivari"; all'istituto professionale per i servizi sociali "Don Zefirino Jodi" di Novellara, in provincia di Reggio Emilia; in due istituti professionali di Milano, il "Bertarelli" e il "Marignoni".
Cinque scuole che hanno in comune l'area geografica (il Nord), l'indirizzo professionale (il preferito dagli stranieri) e la presenza di moltissimi studenti di origine extracomunitaria: più di un banco su due è occupato da un alunno proveniente da un altro paese. Qui, infatti, gli immigrati sono il 50-60% del totale iscritti. Un dato rilevante, soprattutto se si considera che non tutti gli immigrati completano gli studi.
«Stranieri? Noi neanche ce ne accorgiamo, gli studenti sono tutti uguali». Rachele Capristo, vicepreside dell'istituto per i servizi commerciali e turistici "Bertarelli" di Milano, ci tiene a dire le cose come stanno: «Qui i ragazzi vengono volentieri, sia gli italiani che gli extracomunitari. La scuola è un'oasi di integrazione, qui si sentono protetti». Lo confermano le attività extrascolastiche che si svolgono il sabato e che sono sempre affollatissime.
A Piacenza l'Ipsia "Leonardo Da Vinci" conta 310 iscritti, di cui il 60% straniero. «Per il prossimo anno – spiega il vicepreside Stefano Angelillo – prevediamo che la percentuale di immigrati salga al 75%». La maggior parte viene dall'Ecuador e dalla Macedonia, ma in totale le nazionalità presenti sono 23.
Diversa è, invece, l'immigrazione all'istituto "Stradivari" di Cremona, unico in Italia per il suo indirizzo di liuteria. «Vengono da tutto il mondo per apprendere questa tecnica», afferma la dirigente scolastica Mirelva Mondini. L'istituto è davvero multietnico: ci sono coreani, australiani, giapponesi, francesi, finlandesi, americani.
Se nelle superiori fa notizia, nelle scuole dell'infanzia la multiculturalità è una realtà quotidiana già consolidata: il numero di scuole in cui la percentuale di bambini stranieri oscilla tra il 50 e il 60% è salito a 46. Ma ci sono addirittura 22 scuole dove gli stranieri sono il 60-70% degli iscritti, nove in cui si raggiunge una percentuale dell'80% e una che supera questa soglia. Nelle primarie e nelle medie l'incidenza degli stranieri cala progressivamente, fino a raggiungere la media nazionale del 6,4 per cento.
I dati relativi al 2007-2008 forniscono altre due sorprese. La prima riguarda il comune capoluogo con l'incidenza più elevata di studenti stranieri: Milano viene scalzata da Prato, con il 15,2% di alunni immigrati. La seconda, invece, riguarda la nazionalità che detiene il primato nelle scuole: gli albanesi lasciano il posto ai rumeni, che sono il 16,2% degli iscritti totali.
Negli altri paesi europei presi in esame dal dossier del ministero la percentuale di alunni immigrati è quasi sempre più alta rispetto all'Italia. Fanno eccezione il Portogallo, dove rappresentano il 5% della popolazione scolastica, e la Francia, dove il basso tasso (3,9%) è dovuto alle regole differenti: è "francese di nascita" ogni bambino nato nel paese da almeno un genitore nato in Francia, mentre è "francese per filiazione" qualsiasi bambino nato da almeno un genitore francese.
In Inghilterra (dove il tasso è pari al 22,6%), invece, il censimento non è legato alla nazionalità, ma al grado di appartenenza a un gruppo che si riconosce come la "propria" comunità. di francesca milano
In totale, gli immigrati rappresentano il 6,4% degli alunni iscritti alle scuole italiane. Le previsioni demografiche stimano che nel 2050 si raggiungerà il pareggio e un banco su due sarà occupato da uno straniero. Eppure in cinque scuole superiori il futuro è arrivato con 40 anni di anticipo. È accaduto a Piacenza all'istituto professionale per l'industria e l'artigianato "Leonardo Da Vinci"; a Cremona, all'Ipia "A. Stradivari"; all'istituto professionale per i servizi sociali "Don Zefirino Jodi" di Novellara, in provincia di Reggio Emilia; in due istituti professionali di Milano, il "Bertarelli" e il "Marignoni".
Cinque scuole che hanno in comune l'area geografica (il Nord), l'indirizzo professionale (il preferito dagli stranieri) e la presenza di moltissimi studenti di origine extracomunitaria: più di un banco su due è occupato da un alunno proveniente da un altro paese. Qui, infatti, gli immigrati sono il 50-60% del totale iscritti. Un dato rilevante, soprattutto se si considera che non tutti gli immigrati completano gli studi.
«Stranieri? Noi neanche ce ne accorgiamo, gli studenti sono tutti uguali». Rachele Capristo, vicepreside dell'istituto per i servizi commerciali e turistici "Bertarelli" di Milano, ci tiene a dire le cose come stanno: «Qui i ragazzi vengono volentieri, sia gli italiani che gli extracomunitari. La scuola è un'oasi di integrazione, qui si sentono protetti». Lo confermano le attività extrascolastiche che si svolgono il sabato e che sono sempre affollatissime.
A Piacenza l'Ipsia "Leonardo Da Vinci" conta 310 iscritti, di cui il 60% straniero. «Per il prossimo anno – spiega il vicepreside Stefano Angelillo – prevediamo che la percentuale di immigrati salga al 75%». La maggior parte viene dall'Ecuador e dalla Macedonia, ma in totale le nazionalità presenti sono 23.
Diversa è, invece, l'immigrazione all'istituto "Stradivari" di Cremona, unico in Italia per il suo indirizzo di liuteria. «Vengono da tutto il mondo per apprendere questa tecnica», afferma la dirigente scolastica Mirelva Mondini. L'istituto è davvero multietnico: ci sono coreani, australiani, giapponesi, francesi, finlandesi, americani.
Se nelle superiori fa notizia, nelle scuole dell'infanzia la multiculturalità è una realtà quotidiana già consolidata: il numero di scuole in cui la percentuale di bambini stranieri oscilla tra il 50 e il 60% è salito a 46. Ma ci sono addirittura 22 scuole dove gli stranieri sono il 60-70% degli iscritti, nove in cui si raggiunge una percentuale dell'80% e una che supera questa soglia. Nelle primarie e nelle medie l'incidenza degli stranieri cala progressivamente, fino a raggiungere la media nazionale del 6,4 per cento.
I dati relativi al 2007-2008 forniscono altre due sorprese. La prima riguarda il comune capoluogo con l'incidenza più elevata di studenti stranieri: Milano viene scalzata da Prato, con il 15,2% di alunni immigrati. La seconda, invece, riguarda la nazionalità che detiene il primato nelle scuole: gli albanesi lasciano il posto ai rumeni, che sono il 16,2% degli iscritti totali.
Negli altri paesi europei presi in esame dal dossier del ministero la percentuale di alunni immigrati è quasi sempre più alta rispetto all'Italia. Fanno eccezione il Portogallo, dove rappresentano il 5% della popolazione scolastica, e la Francia, dove il basso tasso (3,9%) è dovuto alle regole differenti: è "francese di nascita" ogni bambino nato nel paese da almeno un genitore nato in Francia, mentre è "francese per filiazione" qualsiasi bambino nato da almeno un genitore francese.
In Inghilterra (dove il tasso è pari al 22,6%), invece, il censimento non è legato alla nazionalità, ma al grado di appartenenza a un gruppo che si riconosce come la "propria" comunità. di francesca milano
martedì 9 giugno 2009
Sipri: nel 2008 l'Italia ottava per spese militari e nell'export di armi
Con 40,6 miliardi di dollari in valori correnti l'Italia mantiene anche nel 2008 l'ottavo posto nel mondo per spese militari: lo si apprende dal Sipri Yearbook 2009 (sommario in .pdf), l'annuale rapporto reso noto ieri dall'autorevole Istituto di ricerche di Stoccolma. L'incremento del budget militare nazionale è dell'1,8%, ma il costo sociale per ogni italiano è molto più alto perchè la spesa pro-capite del nostro paese è di 689 dollari, una delle maggiori al mondo, e per il quinto anno consecutivo supera di gran lunga quella Germania (568 dollari) e da vari anni anche quella di altri paesi del G8 come Russia (413 dollari) e Giappone (361 dollari).
L'Italia ricopre il 2,8% della spesa militare mondiale che vede gli Stati Uniti stabilmente al primo posto con una spesa di 607 miliardi di dollari (il 41,5% del totale mondiale), seguita per la prima volta dal dopoguerra dalla Cina - i cui dati "stimati" riportano un incremento del 10% e si aggirano sugli 84,9 miliardi di dollari (il 5,8% del totale) e quindi dalla Francia che con 65,7 miliardi di dollari (il 4,5% del totale) nel 2008 supera per spese militari la Gran Bretagna (65,3 miliardi pari al 4,5%) seguita dalla Russia che riporta valori "stimati" di 58,6 miliardi di dollari pari al 4% del budget militare mondiale. Seguono quindi la Germania (46,8 miliardi di dollari che ricoprono il 3,2% del totale), il Giappone (46,3 miliardi pari al 3,2%), l'Italia (40,6 miliardi pari al 2,8% mondiale), l'Arabia Saudita (38,2 miliardi pari al 2,6%) e completa la top ten l'India con 30 miliardi di dollari (il 2,1%).
Nel complesso - riporta il Sipri - nonostante la crisi finanziaria internazionale la spesa militare nel mondo è cresciuta in un anno del 4%, raggiungendo nel 2008 i 1.464 miliardi di dollari in valori correnti (oltre 1000 miliardi di euro), ovvero i 1.226 miliardi in valori costanti (era di 1.214 miliardi in valori costanti nel 2007) raggiungendo così la nuova cifra record dagli fine degli anni della Guerra Fredda. Solo nell'ultimo decennio l'incremento è stato del 45% e la spesa militare corrisponde oggi al 2,4% del Prodotto interno lordo mondiale e costa in un anno 217 dollari per ogni abitante del pianeta.
La differenza tra le diverse regioni geopolitiche del mondo è ovviamente ampia: a fronte di una spesa militare complessiva dei paesi del Nord America di oltre 564 miliardi di dollari quella dell'America Centrale e del Sud non raggiunge i 39 miliardi; una cifra che è comunque superiore rispetto a quella di tutta l'Africa - che nell'ultimo decennio riporta un incremento del 40% - dove nell'insieme è di circa 20,4 miliardi di dollari. L'Oceania è il continente con minor spesa militare (16,6 miliardi), mentre l'Asia sfiora i 190 miliardi di dollari di cui 157 miliardi sono spesi dai Paesi dell'Asia Orientale. Le spese del continente europeo (320 miliardi di dollari) sono suddivise in oltre 277 miliardi per il paesi dell'Europa occidentale e centrale e 43,6 miliardi di dollari per l'Europa Orientale che -secondo il Sipri - è nell'ultimo decennio la zona con maggior incremento del budget militare (più 174%) seguita dai paesi del Nord Africa (più 94%) e del Nord America (più 66%), mentre il Medio Oriente presenta un aumento del 56%. Per quanto riguarda i singoli paesi va segnalato che tra il 2007 e il 2008 il budget militare dell'Iraq è cresciuto del 133%.
A parte l'Europa occidentale e centrale, dal 1999 tutte le regioni del mondo hanno visto "significativi incrementi" della spesa militare - riporta il Sipri. "Durante gli otto anni della presidenza di George W. Bush, la spesa militare è aumentata a livelli che non si registravano dalla Seconda Guerra Mondiale soprattutto per i costi dei conflitti in Afghanistan e Iraq: un incremento che ha contribuito all'impennata del deficit del bilancio Usa. I due conflitti sono stati sovvenzionati con provvedimenti supplementari d'emergenza fuori dal regolare budget e sono stati finanziati attraverso prestiti" - segnala il Sipri. "L'impiego di fondi supplementari ha sollevato preoccupazioni circa la trasparenza e i controlli del Congresso. I due conflitti - conclude il Sipri - continueranno, nel prossimo futuro, a richiedere ingenti risorse anche a fronte di un possibile ritiro delle truppe Usa dall'Iraq". Nel complesso le guerre in Afghanistan e in Iraq sono costate agli Stati Uniti circa 903 miliardi di dollari.
Il commercio internazionale di armamenti
Per quanto riguarda il commercio internazionale di armamenti, nonostante una flessione nell'ultimo anno che - secondo il Sipri "Trend-indicator value" ha visto i trasferimenti internazionali passare dai quasi 25,4 miliardi di dollari (in valori costanti) del 2007 a meno di 22,7 miliardi del 2008 - "dal 2005 si registra un trend di incremento nelle consegne dei maggiori sistemi di armamento convenzionale". Va però notato che il "valore finanziario" è molto superiore: si tratta nel 2007 di oltre 51,1 miliardi di dollari e le cifre - avverte il Sipri - sono al ribasso in quanto non comprendono le esportazioni della Cina e di altri importanti paesi esportatori che non rendono noti i loro dati. La media del quinquennio 2004-8 è comunque superiore del 21% rispetto al quinquennio 2000-4 e Stati Uniti (31% del totale) e Russia (25%) rimangono i principali esportatori di armamenti seguiti da Germania (10%), Francia (8%) e Gran Bretagna (4%). Questi cinque paesi ricoprono quasi l'80% del volume di trasferimenti di armi, sono stati i primi cinque esportatori mondiali di armi sin dalla fine della Guerra Fredda e nell'insieme hanno mantenuto i 3/4 dell'export annuale di armamenti.
Tra i maggiori importatori di armamenti convenzionali, la Cina con l'11% del totale è il principale acquirente mondiale del quinquennio 2004-8, seguita dall'India (7% del totale), Emirati Arabi Uniti (6%), Corea del Sud (6%) e Grecia (4%). Il principale fornitore della Cina rimane la Russia ma - nota il Sipri - le consegne russe si sono "ridotte fortemente" nel 2007 e 2008 in quanto "la Cina ha impiegato il proprio accesso alle tecnologie russe per sviluppare armamenti in proprio, in taluni casi copiandoli illegalmente da componenti di fabbricazione russa: i due paesi hanno sottoscritto nel 2008 un accordo di proprietà intellettuale specifico per sistemi militari".
Il Sipri Arms Transfers Database segnala nel quinquennio 2004-8 esportazioni di sistemi militari convenzionali dagli Stati Uniti per un valore di oltre 34,9 miliardi di dollari (in valori costanti), seguiti dalla Russia (28,5 miliardi), Germania (11,5 miliardi), Francia (9,6 miliardi), Gran Bretagna (5,1 miliardi), Olanda (3,8 miliardi) e Italia (2,8 miliardi). Nel 2008 l'Italia sarebbe superata dalla Spagna ma va ricordato che il database del Sipri è in costante aggiornamento e - come riporta il Rapporto della Presidenza del Consiglio - nel 2008 l'Italia ha effettuato consegne di armamenti ad uso militare per un valore complessivo di quasi 1,8 miliardi di euro (vedi tabella in .pdf), un record dall'entrata in vigore della legge 185 che dal 1990 regolamenta la materia.
I principali produttori di armamenti
In generale la produzione globale di armamenti ha continuato ad aumentare nel 2007 quando le vendite delle cento principali aziende del settore hanno raggiunto i 347 miliardi di dollari registrando un incremento del 11% in valori nominali: dal 2002 queste aziende hanno incrementato le proprie vendite del 37%. Tra queste cento, 44 sono aziende negli Stati Uniti e nel 2007 hanno assunto il 61% delle vendite (nazionali e internazionali) di armamenti mentre le 32 maggiori industrie dell'Europa occidentale hanno rilevato il 31% della produzione e le industrie di Russia, Giappone, Israele e India hanno assunto il rimanente 8%.
Nel 2007 le dieci principali aziende produttrici di armamenti - escludendo quelle cinesi - risultano la Boeing con vendite di armamenti per quasi 30,5 miliardi di dollari, seguita dalla britannica BAE Systems (29,9 miliardi), e quindi dalle statunitensi Lockheed Martin (29,4 miliardi), Northrop Grumman (24,6 miliardi), General Dynamics (21,5 miliardi) e Raytheon (19,5 miliardi). Al settimo posto è segnalata l'europea EADS (13,1 miliardi) seguita dall'americana L-3 Communications, dall'italiana Finmeccanica e dalla francese Thales (9,3 miliardi).
L'azienda italiana Finmeccanica, grazie al sostegno del Ministerio dell'Economia che ne è il principale azionista, da diversi anni occupa un posto nella "top ten" delle aziende produttrici di armi e anche nel 2007, con oltre 9,8 miliardi di vendite, mantiene il nono posto nel mondo. Ma soprattutto è segnalata dal Sipri per l'acquisizione nel 2008 dell'azienda americana di elettronica militare DRS Technologies: un'operazione del valore di 5,2 miliardi di dollari che rappresenta la prima e principale acquisizione di una compagnia militare americana da parte di una ditta dell'Europa continentale.
Altri importanti capitoli del Sipri Yearbook sono dedicati alla sicurezza internazionale - al cui riguardo l'Istituto di Stoccolma nota che "il 2008 ha visto un incremento delle minaccia alla sicurezza, alla stabilità e alla pace in quasi ogni parte del globo", al problema delle vittime dei conflitti e in particolare agli sfollati e rifugiati, del controllo del commercio di armamenti - in cui una parte è dedicata al recente 'Trattato per la messa al bando delle bombe a grappolo' ("cluster bomb"), alla proliferazione di armamenti nucleari e agli embargo internazionali di armamenti.
Giorgio Beretta da Unimondo
L'Italia ricopre il 2,8% della spesa militare mondiale che vede gli Stati Uniti stabilmente al primo posto con una spesa di 607 miliardi di dollari (il 41,5% del totale mondiale), seguita per la prima volta dal dopoguerra dalla Cina - i cui dati "stimati" riportano un incremento del 10% e si aggirano sugli 84,9 miliardi di dollari (il 5,8% del totale) e quindi dalla Francia che con 65,7 miliardi di dollari (il 4,5% del totale) nel 2008 supera per spese militari la Gran Bretagna (65,3 miliardi pari al 4,5%) seguita dalla Russia che riporta valori "stimati" di 58,6 miliardi di dollari pari al 4% del budget militare mondiale. Seguono quindi la Germania (46,8 miliardi di dollari che ricoprono il 3,2% del totale), il Giappone (46,3 miliardi pari al 3,2%), l'Italia (40,6 miliardi pari al 2,8% mondiale), l'Arabia Saudita (38,2 miliardi pari al 2,6%) e completa la top ten l'India con 30 miliardi di dollari (il 2,1%).
Nel complesso - riporta il Sipri - nonostante la crisi finanziaria internazionale la spesa militare nel mondo è cresciuta in un anno del 4%, raggiungendo nel 2008 i 1.464 miliardi di dollari in valori correnti (oltre 1000 miliardi di euro), ovvero i 1.226 miliardi in valori costanti (era di 1.214 miliardi in valori costanti nel 2007) raggiungendo così la nuova cifra record dagli fine degli anni della Guerra Fredda. Solo nell'ultimo decennio l'incremento è stato del 45% e la spesa militare corrisponde oggi al 2,4% del Prodotto interno lordo mondiale e costa in un anno 217 dollari per ogni abitante del pianeta.
La differenza tra le diverse regioni geopolitiche del mondo è ovviamente ampia: a fronte di una spesa militare complessiva dei paesi del Nord America di oltre 564 miliardi di dollari quella dell'America Centrale e del Sud non raggiunge i 39 miliardi; una cifra che è comunque superiore rispetto a quella di tutta l'Africa - che nell'ultimo decennio riporta un incremento del 40% - dove nell'insieme è di circa 20,4 miliardi di dollari. L'Oceania è il continente con minor spesa militare (16,6 miliardi), mentre l'Asia sfiora i 190 miliardi di dollari di cui 157 miliardi sono spesi dai Paesi dell'Asia Orientale. Le spese del continente europeo (320 miliardi di dollari) sono suddivise in oltre 277 miliardi per il paesi dell'Europa occidentale e centrale e 43,6 miliardi di dollari per l'Europa Orientale che -secondo il Sipri - è nell'ultimo decennio la zona con maggior incremento del budget militare (più 174%) seguita dai paesi del Nord Africa (più 94%) e del Nord America (più 66%), mentre il Medio Oriente presenta un aumento del 56%. Per quanto riguarda i singoli paesi va segnalato che tra il 2007 e il 2008 il budget militare dell'Iraq è cresciuto del 133%.
A parte l'Europa occidentale e centrale, dal 1999 tutte le regioni del mondo hanno visto "significativi incrementi" della spesa militare - riporta il Sipri. "Durante gli otto anni della presidenza di George W. Bush, la spesa militare è aumentata a livelli che non si registravano dalla Seconda Guerra Mondiale soprattutto per i costi dei conflitti in Afghanistan e Iraq: un incremento che ha contribuito all'impennata del deficit del bilancio Usa. I due conflitti sono stati sovvenzionati con provvedimenti supplementari d'emergenza fuori dal regolare budget e sono stati finanziati attraverso prestiti" - segnala il Sipri. "L'impiego di fondi supplementari ha sollevato preoccupazioni circa la trasparenza e i controlli del Congresso. I due conflitti - conclude il Sipri - continueranno, nel prossimo futuro, a richiedere ingenti risorse anche a fronte di un possibile ritiro delle truppe Usa dall'Iraq". Nel complesso le guerre in Afghanistan e in Iraq sono costate agli Stati Uniti circa 903 miliardi di dollari.
Il commercio internazionale di armamenti
Per quanto riguarda il commercio internazionale di armamenti, nonostante una flessione nell'ultimo anno che - secondo il Sipri "Trend-indicator value" ha visto i trasferimenti internazionali passare dai quasi 25,4 miliardi di dollari (in valori costanti) del 2007 a meno di 22,7 miliardi del 2008 - "dal 2005 si registra un trend di incremento nelle consegne dei maggiori sistemi di armamento convenzionale". Va però notato che il "valore finanziario" è molto superiore: si tratta nel 2007 di oltre 51,1 miliardi di dollari e le cifre - avverte il Sipri - sono al ribasso in quanto non comprendono le esportazioni della Cina e di altri importanti paesi esportatori che non rendono noti i loro dati. La media del quinquennio 2004-8 è comunque superiore del 21% rispetto al quinquennio 2000-4 e Stati Uniti (31% del totale) e Russia (25%) rimangono i principali esportatori di armamenti seguiti da Germania (10%), Francia (8%) e Gran Bretagna (4%). Questi cinque paesi ricoprono quasi l'80% del volume di trasferimenti di armi, sono stati i primi cinque esportatori mondiali di armi sin dalla fine della Guerra Fredda e nell'insieme hanno mantenuto i 3/4 dell'export annuale di armamenti.
Tra i maggiori importatori di armamenti convenzionali, la Cina con l'11% del totale è il principale acquirente mondiale del quinquennio 2004-8, seguita dall'India (7% del totale), Emirati Arabi Uniti (6%), Corea del Sud (6%) e Grecia (4%). Il principale fornitore della Cina rimane la Russia ma - nota il Sipri - le consegne russe si sono "ridotte fortemente" nel 2007 e 2008 in quanto "la Cina ha impiegato il proprio accesso alle tecnologie russe per sviluppare armamenti in proprio, in taluni casi copiandoli illegalmente da componenti di fabbricazione russa: i due paesi hanno sottoscritto nel 2008 un accordo di proprietà intellettuale specifico per sistemi militari".
Il Sipri Arms Transfers Database segnala nel quinquennio 2004-8 esportazioni di sistemi militari convenzionali dagli Stati Uniti per un valore di oltre 34,9 miliardi di dollari (in valori costanti), seguiti dalla Russia (28,5 miliardi), Germania (11,5 miliardi), Francia (9,6 miliardi), Gran Bretagna (5,1 miliardi), Olanda (3,8 miliardi) e Italia (2,8 miliardi). Nel 2008 l'Italia sarebbe superata dalla Spagna ma va ricordato che il database del Sipri è in costante aggiornamento e - come riporta il Rapporto della Presidenza del Consiglio - nel 2008 l'Italia ha effettuato consegne di armamenti ad uso militare per un valore complessivo di quasi 1,8 miliardi di euro (vedi tabella in .pdf), un record dall'entrata in vigore della legge 185 che dal 1990 regolamenta la materia.
I principali produttori di armamenti
In generale la produzione globale di armamenti ha continuato ad aumentare nel 2007 quando le vendite delle cento principali aziende del settore hanno raggiunto i 347 miliardi di dollari registrando un incremento del 11% in valori nominali: dal 2002 queste aziende hanno incrementato le proprie vendite del 37%. Tra queste cento, 44 sono aziende negli Stati Uniti e nel 2007 hanno assunto il 61% delle vendite (nazionali e internazionali) di armamenti mentre le 32 maggiori industrie dell'Europa occidentale hanno rilevato il 31% della produzione e le industrie di Russia, Giappone, Israele e India hanno assunto il rimanente 8%.
Nel 2007 le dieci principali aziende produttrici di armamenti - escludendo quelle cinesi - risultano la Boeing con vendite di armamenti per quasi 30,5 miliardi di dollari, seguita dalla britannica BAE Systems (29,9 miliardi), e quindi dalle statunitensi Lockheed Martin (29,4 miliardi), Northrop Grumman (24,6 miliardi), General Dynamics (21,5 miliardi) e Raytheon (19,5 miliardi). Al settimo posto è segnalata l'europea EADS (13,1 miliardi) seguita dall'americana L-3 Communications, dall'italiana Finmeccanica e dalla francese Thales (9,3 miliardi).
L'azienda italiana Finmeccanica, grazie al sostegno del Ministerio dell'Economia che ne è il principale azionista, da diversi anni occupa un posto nella "top ten" delle aziende produttrici di armi e anche nel 2007, con oltre 9,8 miliardi di vendite, mantiene il nono posto nel mondo. Ma soprattutto è segnalata dal Sipri per l'acquisizione nel 2008 dell'azienda americana di elettronica militare DRS Technologies: un'operazione del valore di 5,2 miliardi di dollari che rappresenta la prima e principale acquisizione di una compagnia militare americana da parte di una ditta dell'Europa continentale.
Altri importanti capitoli del Sipri Yearbook sono dedicati alla sicurezza internazionale - al cui riguardo l'Istituto di Stoccolma nota che "il 2008 ha visto un incremento delle minaccia alla sicurezza, alla stabilità e alla pace in quasi ogni parte del globo", al problema delle vittime dei conflitti e in particolare agli sfollati e rifugiati, del controllo del commercio di armamenti - in cui una parte è dedicata al recente 'Trattato per la messa al bando delle bombe a grappolo' ("cluster bomb"), alla proliferazione di armamenti nucleari e agli embargo internazionali di armamenti.
Giorgio Beretta da Unimondo
venerdì 15 maggio 2009
NOTIZIE ECONOMICHE
Norme antiscalata: Antitrust contro Consob
L’innalzamento dal 10 al 20% delle azioni proprie detenibili dalle aziende e altre misure antiscalata varate dal Parlamento “innalzano sensibilmente il rischio di un congelamento degli assetti di controllo con possibili impatti negativi sugli incentivi all’investimento e sul corretto funzionamento del mercato”. Lo ha detto l’Antitrust, prendendo così le distanze dalla recenti affermazioni della Consob a favore del provvedimento. Secondo l’Authority sarebbe meglio dare a tali disposizioni un carattere di provvisorietà, in relazione alla crisi finanziaria in atto, per non ostacolare lo “sviluppo efficiente dei mercati finanziari”. A.F
Previdenza: i risparmiatori scelgono i prodotti peggiori
Nel primo trimestre 2009 quasi la metà dei 46mila nuovi iscritti alla previdenza complementare ha scelto un piano individuale pensionistico. Per la precisione si tratta di 20mila persone, secondo i dati Covip, del resto in linea con i dati già disponibili sul 2008. Un fenomeno apparentemente inspiegabile, visto che tali prodotti sono di gran lunga i più costosi e i più esposti all’altalena dei mercati. La spiegazione più probabile è riconducibile alla pressione esercitata dagli intermediari bancari e assicurativi sui poveri (un po’ troppo fiduciosi) clienti. A.F
I costi del cambiamento climatico
I costi di tempeste e inondazioni aumenteranno sensibilmente nei prossimi anni e questo potrebbe portare al raddoppio delle coperture nei prossimi dieci anni. Lo rivela uno studio dell’associazione degli assicuratori britannici, che riporta l’analisi delle compagnie operanti nelle aree più esposte del pianeta. Nel corso del 2008 i danni catastrofali hanno generato costi complessivi pari a circa 270 miliardi di dollari, contro i 70 miliardi registrati nel 2007. Secondo lo studio inoltre dei 52 miliardi di dollari sborsati dalle compagnie nel 2008 a copertura di danni catastrofali, circa 44 miliardi provengono da eventi naturali, in particolare tempeste. A.F
Diminuiscono i ricchi nel nostro paese?
La ricchezza delle famiglie con risorse finanziarie superiori ai 500.000 euro (la cosiddetta clientela Private) è diminuita dagli 829 miliardi di euro del 2007 ai 779 miliardi del 2008, con un processo di polarizzazione che ha colpito soprattutto le fasce alte. Ciò che dovrebbe fare lo stato dunque lo ha fatto la crisi, dopo tanta ricchezza finanziaria accumulata negli anni scorsi. Infatti i clienti con risorse finanziarie disponibili superiori ai 10 milioni di euro sono calati del 23%, seguiti da un meno 15% della fascia “affluent” (tra i 500.000 e 1 milione di euro). Lo rivelano i dati raccolti in una ricerca condotta da Aipb, l’Associazione Italiana Private Banking. Niente di grave s’intende, non tale da pregiudicare il tenore di vita di questi fortunati. Anche perché ciò riguarda i dati ufficiali, che non includono il patrimonio distribuito tra i vari paradisi fiscali (che le banche ben conoscono, soprattutto le divisioni di Private banking). A.F
L’innalzamento dal 10 al 20% delle azioni proprie detenibili dalle aziende e altre misure antiscalata varate dal Parlamento “innalzano sensibilmente il rischio di un congelamento degli assetti di controllo con possibili impatti negativi sugli incentivi all’investimento e sul corretto funzionamento del mercato”. Lo ha detto l’Antitrust, prendendo così le distanze dalla recenti affermazioni della Consob a favore del provvedimento. Secondo l’Authority sarebbe meglio dare a tali disposizioni un carattere di provvisorietà, in relazione alla crisi finanziaria in atto, per non ostacolare lo “sviluppo efficiente dei mercati finanziari”. A.F
Previdenza: i risparmiatori scelgono i prodotti peggiori
Nel primo trimestre 2009 quasi la metà dei 46mila nuovi iscritti alla previdenza complementare ha scelto un piano individuale pensionistico. Per la precisione si tratta di 20mila persone, secondo i dati Covip, del resto in linea con i dati già disponibili sul 2008. Un fenomeno apparentemente inspiegabile, visto che tali prodotti sono di gran lunga i più costosi e i più esposti all’altalena dei mercati. La spiegazione più probabile è riconducibile alla pressione esercitata dagli intermediari bancari e assicurativi sui poveri (un po’ troppo fiduciosi) clienti. A.F
I costi del cambiamento climatico
I costi di tempeste e inondazioni aumenteranno sensibilmente nei prossimi anni e questo potrebbe portare al raddoppio delle coperture nei prossimi dieci anni. Lo rivela uno studio dell’associazione degli assicuratori britannici, che riporta l’analisi delle compagnie operanti nelle aree più esposte del pianeta. Nel corso del 2008 i danni catastrofali hanno generato costi complessivi pari a circa 270 miliardi di dollari, contro i 70 miliardi registrati nel 2007. Secondo lo studio inoltre dei 52 miliardi di dollari sborsati dalle compagnie nel 2008 a copertura di danni catastrofali, circa 44 miliardi provengono da eventi naturali, in particolare tempeste. A.F
Diminuiscono i ricchi nel nostro paese?
La ricchezza delle famiglie con risorse finanziarie superiori ai 500.000 euro (la cosiddetta clientela Private) è diminuita dagli 829 miliardi di euro del 2007 ai 779 miliardi del 2008, con un processo di polarizzazione che ha colpito soprattutto le fasce alte. Ciò che dovrebbe fare lo stato dunque lo ha fatto la crisi, dopo tanta ricchezza finanziaria accumulata negli anni scorsi. Infatti i clienti con risorse finanziarie disponibili superiori ai 10 milioni di euro sono calati del 23%, seguiti da un meno 15% della fascia “affluent” (tra i 500.000 e 1 milione di euro). Lo rivelano i dati raccolti in una ricerca condotta da Aipb, l’Associazione Italiana Private Banking. Niente di grave s’intende, non tale da pregiudicare il tenore di vita di questi fortunati. Anche perché ciò riguarda i dati ufficiali, che non includono il patrimonio distribuito tra i vari paradisi fiscali (che le banche ben conoscono, soprattutto le divisioni di Private banking). A.F
martedì 28 aprile 2009
Nuove armi italiane alla Turchia.
Di Giampaolo Poniciappi
La società AgustaWestland ( gruppo Finmeccanica) ha finalmente reso noto l'AW149 destinato alla Turchia. Si tratta di un elicottero biturbina, multiruolo da circa otto tonnellate, in grado di trasportare fino a 18 militari equipaggiati. Non solo. l'AW149 può essere equipaggiato con una vasta gamma di armi, compresi razzi, missili aria-terra e mitragliatrici, nonché serbatoi ausiliari esterni. Altre armi possono essere montate nei vani delle porte o ai telai dei finestrini. Una vera macchina da guerra. Da sottolineare che fra i due paesi è ormai in atto un rapporto di proficua collaborazione militare, come ha fatto sapere da Istambul il sottosegretario alla Difesa Guido Crosetto in occasione dell’inaugurazione del salone IDEF 2009. AgustaWestland, rimane comunque il partner strategico dell’industria locale attraverso il programma T-129, al quale si punta ad aggiungere il TUHP 149. Inoltre la società tele spazio (società controllata per il 67% da Finmeccanica e per il 33% da Thales) realizzerà un sistema satellitare per il programma GOKTURK: il cui valore complessivo è di oltre 250 milioni di euro. È prevista anche la costruzione di un centro di controllo satellitare che sarà sviluppato presso la sede dell'Industria Aerea Turca (Tai). Val la pena ricordare che Finmeccanica è presente in Turchia con gli uffici operativi e di rappresentanza di AgustaWestland e di Alenia Aeronautica e con SELEX Komunikasyon AS, aziende che operano principalmente nel settore militare.
La società AgustaWestland ( gruppo Finmeccanica) ha finalmente reso noto l'AW149 destinato alla Turchia. Si tratta di un elicottero biturbina, multiruolo da circa otto tonnellate, in grado di trasportare fino a 18 militari equipaggiati. Non solo. l'AW149 può essere equipaggiato con una vasta gamma di armi, compresi razzi, missili aria-terra e mitragliatrici, nonché serbatoi ausiliari esterni. Altre armi possono essere montate nei vani delle porte o ai telai dei finestrini. Una vera macchina da guerra. Da sottolineare che fra i due paesi è ormai in atto un rapporto di proficua collaborazione militare, come ha fatto sapere da Istambul il sottosegretario alla Difesa Guido Crosetto in occasione dell’inaugurazione del salone IDEF 2009. AgustaWestland, rimane comunque il partner strategico dell’industria locale attraverso il programma T-129, al quale si punta ad aggiungere il TUHP 149. Inoltre la società tele spazio (società controllata per il 67% da Finmeccanica e per il 33% da Thales) realizzerà un sistema satellitare per il programma GOKTURK: il cui valore complessivo è di oltre 250 milioni di euro. È prevista anche la costruzione di un centro di controllo satellitare che sarà sviluppato presso la sede dell'Industria Aerea Turca (Tai). Val la pena ricordare che Finmeccanica è presente in Turchia con gli uffici operativi e di rappresentanza di AgustaWestland e di Alenia Aeronautica e con SELEX Komunikasyon AS, aziende che operano principalmente nel settore militare.
In Italia le banche sono sempre più armate-
Unimondo.org
Nel mondo le banche si armano sempre di più, soprattutto quelle italiane. La «regina» è la Banca Nazionale del Lavoro [BNL] seguono San Paolo, Unicredit, Antonveneta e Banco di Brescia. Finiti nel nulla i proclami di rinuncia ad appoggiare le industrie armiere dopo le campagne di pressione perché, secondo le regole della Ubi [Unione Banche Italiane], si può commerciare in armi fuori dalla Ue o dalla Nato.
Sono finalmente accessibili, grazie al settimanale Adista e alla Campagna di pressione alle «banche armate» i dati essenziali delle operazioni bancarie sull’esportazione, l’importazione e il transito dei materiali di armamento autorizzate dal Ministero dell’economia e delle Finanze nel 2008. Dopo che Unimondo ha presentato in anteprima nazionale il «Rapporto del Presidente del Consiglio sull’esportazione d’armamento» e i primi commenti della Campagna di pressione alle “banche armate e della Rete Italiana Disarmo, ieri il settimanale Adista ha reso noto e analizzato i dati della Relazione del Ministero dell’Economia e delle Finanze [Mef] sulle operazioni bancarie e la Campagna di pressione alle «banche armate» ha messo online sul suo sito la nuova tabella delle operazioni bancarie relative all’esportazione di armi del 2008 contenuta nella Relazione del Mef del 2009.
Ne emerge uno scenario di «grandi affari» per le «banche armate», soprattutto quelle italiane – scrive Luca Kocci di Adista. «Raddoppia il numero di operazioni finanziarie autorizzate dal Ministero dell’Economia, aumenta di due volte e mezzo la quantità di denaro ‘movimentata’, triplicano i ‘compensi di intermediazione’ che gli istituti di credito hanno incassato dalle aziende armiere e tornano saldamente in vetta alla le banche di ‘casa nostra’, comprese quelle – come Intesa – San Paolo e Unicredit –, che in passato, sulla spinta della campagna di pressione promossa dalle riviste Nigrizia, Missione Oggi e Mosaico di Pace, avevano annunciato di voler rinunciare ad attività legate al commercio delle armi. Informazioni riservate, quelle bancarie, perché il Governo, nonostante le richieste delle associazioni e delle riviste pacifiste, non ha inserito le tabelle sulle attività degli istituti di credito nel più sintetico Rapporto sull’export/import di armi presentato alla fine di marzo.
Nel corso del 2008 sono state autorizzate nell’insieme [export/import] ‘transazioni bancarie’ per conto delle industrie armiere per un valore complessivo di 4.285 milioni di euro [nel 2007 erano meno di in terzo pari a 1.329 milioni]. A questa cifra vanno poi aggiunti 1.266 milioni per ‘programmi intergovernativi’ di riarmo – come ad esempio il cacciabombardiere Eurofighter, a cui cooperano Italia, Germania, Gran Bretagna e Spagna -, quasi il doppio del 2007 quando la cifra si era fermata a 738 milioni. Un volume totale di ‘movimenti’ di oltre 5.500 milioni di euro, per i quali le banche hanno ottenuto compensi di intermediazione attorno al 3-5 per cento, in base al valore e al tipo di commessa, anche se il governo comunica esclusivamente i compensi relativi alle ‘esportazioni definitive’: 66 milioni di euro [nel 2007 erano 21 milioni]» – segnala Adista.
Il dettagliato articolo di Adista continua analizzando l’insieme di tutte le operazioni [import/export/transito] di appoggio fornito dagli Istituti di credito all’industria militare italiana. In questo contesto la «regina» delle «banche armate» è la Banca Nazionale del Lavoro [BNL] che, insieme a Bnp Paribas [di cui fa parte], ha incassato per conto delle industrie armiere 1.461 milioni di euro, soprattutto per operazioni relative ad esportazioni di armi italiane all’estero, sebbene in passato si sia impegnata a limitare le proprie attività relative al commercio di armi «unicamente a quelle verso Paesi Ue e Nato». Considerato che l’ultimo Bilancio sociale della BNL [anno 2007] riconferma la policy della banca di circoscrivere «la propria attività alle sole operazioni scambiate con Paesi Ue e Nato, debitamente autorizzate dai ministeri a ciò preposti» vien da chiedersi se davvero gli oltre 1,34 miliardi di euro relativi a sole operazioni per l’export assunte dal gruppo BNL-BNP Paripas rispecchino fedelmente quella direttiva e quali riscontro pubblico fornisca la BNL al riguardo.
Al secondo posto c’è Intesa-SanPaolo, con 851 milioni – a cui andrebbero aggiunti anche gli 87 milioni della Cassa di Risparmio di La Spezia, ormai parte del gruppo –, per lo più relativi a «programmi intergovernativi». Dati in apparente contraddizione con le dichiarazioni di due anni fa, in cui il gruppo, proprio per «dare una risposta significativa a una richiesta espressa da ampi e diversificati settori dell’opinione pubblica che fanno riferimento a istanze etiche» – cioè la campagna di pressione alle banche armate – annunciò di sospendere «la partecipazione a operazioni finanziarie che riguardano il commercio e la produzione di armi e di sistemi d’arma pur consentite dalla legge 185/90».
«Si tratta di transazioni relative a operazioni avviate prima dell’entrata in vigore del nostro codice di comportamento, esteso progressivamente alle banche entrate negli anni nel Gruppo Intesa Sanpaolo» – spiega ad Adista Valter Serrentino, responsabile dell’Unità Corporate Social Responsibility – CSR di Intesa-SanPaolo. «Operazioni che dureranno ancora a lungo, soprattutto quelle relative ai programmi intergovernativi, e che compariranno nei nostri bilanci anche in futuro. Con le aziende produttrici di armi finora abbiamo mantenuto solo gli impegni che avevamo precedentemente sottoscritto».
E passo indietro è anche quello di Unicredit che, dopo aver più volte comunicato di voler rinunciare ad appoggiare le industrie armiere ed aver in parte ridotto negli anni il suo coinvolgimento nel settore della finanza «armata», si piazza al terzo posto con 607 milioni di euro. Dopo una serie di istituti esteri [Deutsche Bank con 776 milioni, Societé Generale con 431, Natixis con 242], al settimo e ottavo posto si trovano due banche italiane che stanno scalando la Antonveneta, con 217 milioni, e Banco di Brescia, con 208 milioni, nonostante il gruppo Ubi [Unione Banche Italiane], di cui fa parte, a fine 2007 stabilì fra l’altro che «ogni banca del gruppo dovrà astenersi dall’intrattenere rapporti relativi all’export di armi con soggetti che siano residenti in Paesi non appartenenti all’Unione Europea o alla Nato» e che «siano direttamente o indirettamente coinvolti nella produzione e/o commercializzazione di armi di distruzione di massa e di altri sistemi d’armamento quali bombe, torpedini, mine, razzi, missili e siluri».
«La policy del gruppo non vieta le operazioni di commercio internazionale – spiega ad Adista Damiano Carrara, responsabile Corporate Social Responsibility – CSR di Ubi Banca – ma le disciplina prevedendo che il cliente della banca, ovvero l’impresa che chiede alla banca di assistere la sua operazione di commercio internazionale», non si trovi «in Paesi che non appartengano alla Ue o alla Nato, e questo divieto è pienamente rispettato». «La policy di Ubi – prosegue Carrara –, tenendo conto delle indicazioni fornite dalle principali organizzazioni umanitarie internazionali in merito ai Paesi in conflitto e al tasso di sviluppo umano, proibisce di effettuare operazioni in 95 Stati: nel 2008 "sono state effettuate alcune transazioni anche su Paesi vietati», ma «in esecuzione di autorizzazioni assunte negli anni precedenti, antecedentemente all’entrata in vigore della policy, e in corso di esaurimento».
A seguire le altre banche italiane: Banco di Sardegna [63 milioni], Banco di san Giorgio [30 milioni], Banca popolare commercio industria [22 milioni], Banca Valsabbina [17 milioni], Carige-Cassa Risparmio Genova e Imperia [11 milioni], Banca popolare Emilia Romagna [9 milioni], Banca popolare di Spoleto e Banca Popolare Etruria e Lazio [7 milioni], Bipop Carire [3 milioni], Bcc di Bientina e Banca popolare del Piemonte [1 milione] e una serie di banche con importi inferiori ai 500mila euro [Friulcassa, Credito Valtellinese, Banca Popolare di Milano e le Casse di Risparmio di Bologna e di Teramo].
«Da quando lo scorso anno, in fase di cambiamento di governo, è sparito, senza alcuna spiegazione, dalla Relazione della Presidenza del Consiglio il lungo e dettagliato elenco delle singole operazioni effettuate dagli istituti di credito è praticamente impossibile giudicare l’operato delle singole banche e valutare la rispondenza delle operazioni da loro effettuate alle diverse direttive che hanno emanato negli ultimi anni» – spiega ad Adista Giorgio Beretta, analista della Rete Italiana Disarmo e già coordinatore della Campagna di pressione alle ‘banche armate’ – La non pubblicazione di quell’elenco è una grave mancanza non solo per la nostra campagna e i suoi aderenti, ma anche per quegli istituti di credito che, in risposta alle pressioni della campagna, delle associazioni e dei loro stessi correntisti, hanno assunto direttive più restrittive – quando non totalmente escludenti – sulla fornitura di servizi all’esportazione italiana di armi. Senza quell’elenco, infatti, le loro direttive non sono comprovate dal riscontro ufficiale che solo la Relazione della Presidenza del Consiglio può fornire»
Per questo la Campagna di pressione alle «banche armate» rinnova con forza l’appello a tutte le associazioni e Ong, ma anche agli istituti missionari e religiosi, alle Caritas, alle diocesi e alle parrocchie e a tutti i correntisti di scrivere alla propria banca per chiedere una precisa e accessibile informazione in merito alle operazioni che le diverse banche stanno ancora svolgendo nonostante le direttive che da anni si sono date.
Allo stesso tempo la Campagna insieme con le associazioni della Rete Italiana Disarmo continuerà la pressione sul Governo perché venga ripristinata al più presto tutta l’informazione necessaria per garantire al Parlamento e alla società civile di valutare con attenzione e rigore le operazioni effettuate dagli istituti di credito in una materia cosi delicata come l’esportazione di armamenti. FINE-
Nel mondo le banche si armano sempre di più, soprattutto quelle italiane. La «regina» è la Banca Nazionale del Lavoro [BNL] seguono San Paolo, Unicredit, Antonveneta e Banco di Brescia. Finiti nel nulla i proclami di rinuncia ad appoggiare le industrie armiere dopo le campagne di pressione perché, secondo le regole della Ubi [Unione Banche Italiane], si può commerciare in armi fuori dalla Ue o dalla Nato.
Sono finalmente accessibili, grazie al settimanale Adista e alla Campagna di pressione alle «banche armate» i dati essenziali delle operazioni bancarie sull’esportazione, l’importazione e il transito dei materiali di armamento autorizzate dal Ministero dell’economia e delle Finanze nel 2008. Dopo che Unimondo ha presentato in anteprima nazionale il «Rapporto del Presidente del Consiglio sull’esportazione d’armamento» e i primi commenti della Campagna di pressione alle “banche armate e della Rete Italiana Disarmo, ieri il settimanale Adista ha reso noto e analizzato i dati della Relazione del Ministero dell’Economia e delle Finanze [Mef] sulle operazioni bancarie e la Campagna di pressione alle «banche armate» ha messo online sul suo sito la nuova tabella delle operazioni bancarie relative all’esportazione di armi del 2008 contenuta nella Relazione del Mef del 2009.
Ne emerge uno scenario di «grandi affari» per le «banche armate», soprattutto quelle italiane – scrive Luca Kocci di Adista. «Raddoppia il numero di operazioni finanziarie autorizzate dal Ministero dell’Economia, aumenta di due volte e mezzo la quantità di denaro ‘movimentata’, triplicano i ‘compensi di intermediazione’ che gli istituti di credito hanno incassato dalle aziende armiere e tornano saldamente in vetta alla le banche di ‘casa nostra’, comprese quelle – come Intesa – San Paolo e Unicredit –, che in passato, sulla spinta della campagna di pressione promossa dalle riviste Nigrizia, Missione Oggi e Mosaico di Pace, avevano annunciato di voler rinunciare ad attività legate al commercio delle armi. Informazioni riservate, quelle bancarie, perché il Governo, nonostante le richieste delle associazioni e delle riviste pacifiste, non ha inserito le tabelle sulle attività degli istituti di credito nel più sintetico Rapporto sull’export/import di armi presentato alla fine di marzo.
Nel corso del 2008 sono state autorizzate nell’insieme [export/import] ‘transazioni bancarie’ per conto delle industrie armiere per un valore complessivo di 4.285 milioni di euro [nel 2007 erano meno di in terzo pari a 1.329 milioni]. A questa cifra vanno poi aggiunti 1.266 milioni per ‘programmi intergovernativi’ di riarmo – come ad esempio il cacciabombardiere Eurofighter, a cui cooperano Italia, Germania, Gran Bretagna e Spagna -, quasi il doppio del 2007 quando la cifra si era fermata a 738 milioni. Un volume totale di ‘movimenti’ di oltre 5.500 milioni di euro, per i quali le banche hanno ottenuto compensi di intermediazione attorno al 3-5 per cento, in base al valore e al tipo di commessa, anche se il governo comunica esclusivamente i compensi relativi alle ‘esportazioni definitive’: 66 milioni di euro [nel 2007 erano 21 milioni]» – segnala Adista.
Il dettagliato articolo di Adista continua analizzando l’insieme di tutte le operazioni [import/export/transito] di appoggio fornito dagli Istituti di credito all’industria militare italiana. In questo contesto la «regina» delle «banche armate» è la Banca Nazionale del Lavoro [BNL] che, insieme a Bnp Paribas [di cui fa parte], ha incassato per conto delle industrie armiere 1.461 milioni di euro, soprattutto per operazioni relative ad esportazioni di armi italiane all’estero, sebbene in passato si sia impegnata a limitare le proprie attività relative al commercio di armi «unicamente a quelle verso Paesi Ue e Nato». Considerato che l’ultimo Bilancio sociale della BNL [anno 2007] riconferma la policy della banca di circoscrivere «la propria attività alle sole operazioni scambiate con Paesi Ue e Nato, debitamente autorizzate dai ministeri a ciò preposti» vien da chiedersi se davvero gli oltre 1,34 miliardi di euro relativi a sole operazioni per l’export assunte dal gruppo BNL-BNP Paripas rispecchino fedelmente quella direttiva e quali riscontro pubblico fornisca la BNL al riguardo.
Al secondo posto c’è Intesa-SanPaolo, con 851 milioni – a cui andrebbero aggiunti anche gli 87 milioni della Cassa di Risparmio di La Spezia, ormai parte del gruppo –, per lo più relativi a «programmi intergovernativi». Dati in apparente contraddizione con le dichiarazioni di due anni fa, in cui il gruppo, proprio per «dare una risposta significativa a una richiesta espressa da ampi e diversificati settori dell’opinione pubblica che fanno riferimento a istanze etiche» – cioè la campagna di pressione alle banche armate – annunciò di sospendere «la partecipazione a operazioni finanziarie che riguardano il commercio e la produzione di armi e di sistemi d’arma pur consentite dalla legge 185/90».
«Si tratta di transazioni relative a operazioni avviate prima dell’entrata in vigore del nostro codice di comportamento, esteso progressivamente alle banche entrate negli anni nel Gruppo Intesa Sanpaolo» – spiega ad Adista Valter Serrentino, responsabile dell’Unità Corporate Social Responsibility – CSR di Intesa-SanPaolo. «Operazioni che dureranno ancora a lungo, soprattutto quelle relative ai programmi intergovernativi, e che compariranno nei nostri bilanci anche in futuro. Con le aziende produttrici di armi finora abbiamo mantenuto solo gli impegni che avevamo precedentemente sottoscritto».
E passo indietro è anche quello di Unicredit che, dopo aver più volte comunicato di voler rinunciare ad appoggiare le industrie armiere ed aver in parte ridotto negli anni il suo coinvolgimento nel settore della finanza «armata», si piazza al terzo posto con 607 milioni di euro. Dopo una serie di istituti esteri [Deutsche Bank con 776 milioni, Societé Generale con 431, Natixis con 242], al settimo e ottavo posto si trovano due banche italiane che stanno scalando la Antonveneta, con 217 milioni, e Banco di Brescia, con 208 milioni, nonostante il gruppo Ubi [Unione Banche Italiane], di cui fa parte, a fine 2007 stabilì fra l’altro che «ogni banca del gruppo dovrà astenersi dall’intrattenere rapporti relativi all’export di armi con soggetti che siano residenti in Paesi non appartenenti all’Unione Europea o alla Nato» e che «siano direttamente o indirettamente coinvolti nella produzione e/o commercializzazione di armi di distruzione di massa e di altri sistemi d’armamento quali bombe, torpedini, mine, razzi, missili e siluri».
«La policy del gruppo non vieta le operazioni di commercio internazionale – spiega ad Adista Damiano Carrara, responsabile Corporate Social Responsibility – CSR di Ubi Banca – ma le disciplina prevedendo che il cliente della banca, ovvero l’impresa che chiede alla banca di assistere la sua operazione di commercio internazionale», non si trovi «in Paesi che non appartengano alla Ue o alla Nato, e questo divieto è pienamente rispettato». «La policy di Ubi – prosegue Carrara –, tenendo conto delle indicazioni fornite dalle principali organizzazioni umanitarie internazionali in merito ai Paesi in conflitto e al tasso di sviluppo umano, proibisce di effettuare operazioni in 95 Stati: nel 2008 "sono state effettuate alcune transazioni anche su Paesi vietati», ma «in esecuzione di autorizzazioni assunte negli anni precedenti, antecedentemente all’entrata in vigore della policy, e in corso di esaurimento».
A seguire le altre banche italiane: Banco di Sardegna [63 milioni], Banco di san Giorgio [30 milioni], Banca popolare commercio industria [22 milioni], Banca Valsabbina [17 milioni], Carige-Cassa Risparmio Genova e Imperia [11 milioni], Banca popolare Emilia Romagna [9 milioni], Banca popolare di Spoleto e Banca Popolare Etruria e Lazio [7 milioni], Bipop Carire [3 milioni], Bcc di Bientina e Banca popolare del Piemonte [1 milione] e una serie di banche con importi inferiori ai 500mila euro [Friulcassa, Credito Valtellinese, Banca Popolare di Milano e le Casse di Risparmio di Bologna e di Teramo].
«Da quando lo scorso anno, in fase di cambiamento di governo, è sparito, senza alcuna spiegazione, dalla Relazione della Presidenza del Consiglio il lungo e dettagliato elenco delle singole operazioni effettuate dagli istituti di credito è praticamente impossibile giudicare l’operato delle singole banche e valutare la rispondenza delle operazioni da loro effettuate alle diverse direttive che hanno emanato negli ultimi anni» – spiega ad Adista Giorgio Beretta, analista della Rete Italiana Disarmo e già coordinatore della Campagna di pressione alle ‘banche armate’ – La non pubblicazione di quell’elenco è una grave mancanza non solo per la nostra campagna e i suoi aderenti, ma anche per quegli istituti di credito che, in risposta alle pressioni della campagna, delle associazioni e dei loro stessi correntisti, hanno assunto direttive più restrittive – quando non totalmente escludenti – sulla fornitura di servizi all’esportazione italiana di armi. Senza quell’elenco, infatti, le loro direttive non sono comprovate dal riscontro ufficiale che solo la Relazione della Presidenza del Consiglio può fornire»
Per questo la Campagna di pressione alle «banche armate» rinnova con forza l’appello a tutte le associazioni e Ong, ma anche agli istituti missionari e religiosi, alle Caritas, alle diocesi e alle parrocchie e a tutti i correntisti di scrivere alla propria banca per chiedere una precisa e accessibile informazione in merito alle operazioni che le diverse banche stanno ancora svolgendo nonostante le direttive che da anni si sono date.
Allo stesso tempo la Campagna insieme con le associazioni della Rete Italiana Disarmo continuerà la pressione sul Governo perché venga ripristinata al più presto tutta l’informazione necessaria per garantire al Parlamento e alla società civile di valutare con attenzione e rigore le operazioni effettuate dagli istituti di credito in una materia cosi delicata come l’esportazione di armamenti. FINE-
mercoledì 22 aprile 2009
la razzia di terre nel continente africano
Di Giampaolo Ponciappi
La denuncia arriva dalla Coldiretti presente al vertice delle organizzazioni contadine delle cinque regioni africane (Propac, Roppa, Eaff, Umagri, Sacau). Un’ allarme, che si concretizza sulla base delle ultime ricerche che evidenziano un’accelerazione del fenomeno dell’accaparramento di terre anche nel continente africano. Le nazioni in questione sono: Corea del Sud, Emirati Arabi Uniti, Giappone, Arabia Saudita e Cina che per garantirsi l’approvvigionamento alimentare di fronte alla crisi mondiale hanno acquistato nel 2008 terreni all’estero per una estensione pari a 7,6 milioni di ettari, più della metà della superficie agricola coltivata in Italia . Secondo la Coldiretti, Il boom di acquisti di terreni agricoli nei Paesi poveri da parte di investitori esteri interessati alla produzione di alimenti da destinare alle proprie necessità è una nuova pericolosa forma di colonizzazione. La Cina per esempio: ha firmato accordi in materia di
cooperazione agricola con diversi paesi africani che hanno portato all'insediamento di 14 aziende di Stato in Zambia, Zimbabwe, Uganda e Tanzania. Non solo. Perché entro il 2010, secondo stime di diverse Ong, un milione di agricoltori cinesi potrebbero essere presente in Africa. Nella denuncia della Coldiretti si legge inoltre: che la sottrazione delle terre alle popolazioni locali avrà preoccupanti conseguenze sulle popolazioni locali se si considera che i tre quarti delle persone che nel mondo soffrono la fame vivono nelle campagne. E che si tratti di una nuova forma di colonialismo, lo si evidenzia anche ( non da poco) dal documento approvato dal G8 che sottolinea che 'bisogna prestare attenzione alle operazioni di leasing e vendita di terreni agricoli per assicurare che siano rispettate le condizioni locali e tradizionali di uso della terra'.
La denuncia arriva dalla Coldiretti presente al vertice delle organizzazioni contadine delle cinque regioni africane (Propac, Roppa, Eaff, Umagri, Sacau). Un’ allarme, che si concretizza sulla base delle ultime ricerche che evidenziano un’accelerazione del fenomeno dell’accaparramento di terre anche nel continente africano. Le nazioni in questione sono: Corea del Sud, Emirati Arabi Uniti, Giappone, Arabia Saudita e Cina che per garantirsi l’approvvigionamento alimentare di fronte alla crisi mondiale hanno acquistato nel 2008 terreni all’estero per una estensione pari a 7,6 milioni di ettari, più della metà della superficie agricola coltivata in Italia . Secondo la Coldiretti, Il boom di acquisti di terreni agricoli nei Paesi poveri da parte di investitori esteri interessati alla produzione di alimenti da destinare alle proprie necessità è una nuova pericolosa forma di colonizzazione. La Cina per esempio: ha firmato accordi in materia di
cooperazione agricola con diversi paesi africani che hanno portato all'insediamento di 14 aziende di Stato in Zambia, Zimbabwe, Uganda e Tanzania. Non solo. Perché entro il 2010, secondo stime di diverse Ong, un milione di agricoltori cinesi potrebbero essere presente in Africa. Nella denuncia della Coldiretti si legge inoltre: che la sottrazione delle terre alle popolazioni locali avrà preoccupanti conseguenze sulle popolazioni locali se si considera che i tre quarti delle persone che nel mondo soffrono la fame vivono nelle campagne. E che si tratti di una nuova forma di colonialismo, lo si evidenzia anche ( non da poco) dal documento approvato dal G8 che sottolinea che 'bisogna prestare attenzione alle operazioni di leasing e vendita di terreni agricoli per assicurare che siano rispettate le condizioni locali e tradizionali di uso della terra'.
Approvate dalle commissione Difesa i programmi SF, JAMMS e Forza NEC (progetti di riarmo nazionale ed internazionale)
Di Giampaolo Poniciappi
Anche l’Italia potrà avere una forza di superficie caratterizzata da Network Enabled Capability (capacità di operare in rete, NEC; programma SMD 01/2009). Forza che potrà partire quest’anno con una prima fase di quattro anni del costo di 650 milioni di euro. Il finanziamento della cosiddetta “forza di superficie”, sarà in parte finanziato dal ministero dello Sviluppo Economico attraverso la legge 421/1996, per le attività sperimentali. Anche se per avere la digitalizzazione vera e propria di unità operative pari ad una brigata dell’Esercito ed ad una forza da sbarco, bisognerà aspettare un altro programma, già in cantiere. Il progetto dell’ Enabled Capability, si è potuto concretizzare grazie al favorevole il parere delle commissioni difesa di Camera e Senato sulla "Forza NEC", per i due aerei multi-sensore/multi-missione JAMMS e per il programma JSF, compresa la linea di assemblaggio finale di Cameri (NO). L’iter
parlamentare si è concluso nei giorni prima di Pasqua con poche raccomandazioni che non mutano la sostanza dei tre importanti programmi indicati. Infatti si tratta anche di dare il via alla proposta del SMD 03/2009 per i due aerei Joint Airborne Multisensor Multimission System destinati a sostituire l’attuale G.222VS anche nelle missioni internazionali. Non solo. Le commissioni parlamentari hanno approvato la scelta del Gulfstream G55: denominato il nuovo aeromobile del momento, veloce; risparmio di carburante e conforts, quale piattaforma per il sistema, che avrà un costo stimato di 280 mln in sette anni, da finanziare con il bilancio ordinario della Difesa. Mentre non si ha nessun dettaglio sulla dotazione elettronica, vero cuore del sistema. Va detto che la commissione Difesa della Camera, ha ingiunto all’attuale esecutivo, di mettere nero su bianco le proprie scelte, fornendo cosi ulteriori informazioni sugli aspetti tecnologici,come
per esempio: la raccolta e la gestione diretta dei dati sensibili raccolti. La commissione ha anche chiesto al governo, di esprimersi su un eventuale standard di partecipazione dell’industria italiana, soprattutto al fine di tutelare i livelli occupazionali. Inoltre, grazie al rendiconto della Camera si viene a sapere il costo della FACO (Final assembly and check out/Maintenance, repair, overhaul&upgrade)è pari: a 775 mln di dollari. Si tratta di un caccia: Il Joint Strike Fighter, che costituirà l’intera linea tattica di Aeronautica e Marina nella prima metà di questo secolo. Mentre il valore dei contratti già firmati con industrie italiane, si aggira sui : 188 mln di dollari. Aziende quali : Finmeccanica, Alenia Aeronautica e Avio. Val la pena sottolineare che si tratta di progetti che si inseriscono nel quadro mondiale di riarmo.
Anche l’Italia potrà avere una forza di superficie caratterizzata da Network Enabled Capability (capacità di operare in rete, NEC; programma SMD 01/2009). Forza che potrà partire quest’anno con una prima fase di quattro anni del costo di 650 milioni di euro. Il finanziamento della cosiddetta “forza di superficie”, sarà in parte finanziato dal ministero dello Sviluppo Economico attraverso la legge 421/1996, per le attività sperimentali. Anche se per avere la digitalizzazione vera e propria di unità operative pari ad una brigata dell’Esercito ed ad una forza da sbarco, bisognerà aspettare un altro programma, già in cantiere. Il progetto dell’ Enabled Capability, si è potuto concretizzare grazie al favorevole il parere delle commissioni difesa di Camera e Senato sulla "Forza NEC", per i due aerei multi-sensore/multi-missione JAMMS e per il programma JSF, compresa la linea di assemblaggio finale di Cameri (NO). L’iter
parlamentare si è concluso nei giorni prima di Pasqua con poche raccomandazioni che non mutano la sostanza dei tre importanti programmi indicati. Infatti si tratta anche di dare il via alla proposta del SMD 03/2009 per i due aerei Joint Airborne Multisensor Multimission System destinati a sostituire l’attuale G.222VS anche nelle missioni internazionali. Non solo. Le commissioni parlamentari hanno approvato la scelta del Gulfstream G55: denominato il nuovo aeromobile del momento, veloce; risparmio di carburante e conforts, quale piattaforma per il sistema, che avrà un costo stimato di 280 mln in sette anni, da finanziare con il bilancio ordinario della Difesa. Mentre non si ha nessun dettaglio sulla dotazione elettronica, vero cuore del sistema. Va detto che la commissione Difesa della Camera, ha ingiunto all’attuale esecutivo, di mettere nero su bianco le proprie scelte, fornendo cosi ulteriori informazioni sugli aspetti tecnologici,come
per esempio: la raccolta e la gestione diretta dei dati sensibili raccolti. La commissione ha anche chiesto al governo, di esprimersi su un eventuale standard di partecipazione dell’industria italiana, soprattutto al fine di tutelare i livelli occupazionali. Inoltre, grazie al rendiconto della Camera si viene a sapere il costo della FACO (Final assembly and check out/Maintenance, repair, overhaul&upgrade)è pari: a 775 mln di dollari. Si tratta di un caccia: Il Joint Strike Fighter, che costituirà l’intera linea tattica di Aeronautica e Marina nella prima metà di questo secolo. Mentre il valore dei contratti già firmati con industrie italiane, si aggira sui : 188 mln di dollari. Aziende quali : Finmeccanica, Alenia Aeronautica e Avio. Val la pena sottolineare che si tratta di progetti che si inseriscono nel quadro mondiale di riarmo.
Istat: 2,4 milioni di italiani vivono in povertà assoluta
Il 4,1% di italiani vive in povertàSono 975 mila le famiglie italiane in condizioni di povertà assoluta nel 2007, pari a 2 milioni e 427mila individui, vale a dire il 4,1% della popolazione italiana.
Il fenomeno è più diffuso nel sud e nelle isole, dove l'incidenza di povertà assoluta (5,8%) è circa due volte superiore a quella rilevata nel resto del Paese: nel 2007, tra le famiglie residenti al nord la percentuale delle famiglie povere si attesta infatti al 3,5%, mentre al centro si ferma al 2,9%.
Poveri come tre anni fa. Ma prima della crisi
Tra il 2005, primo anno di rilevazione, e il 2007, l'incidenza di povertà assoluta in Italia è rimasta stabile, anche se ci sono stati dei miglioramenti e dei peggioramenti
nelle condizioni di alcune tipologie di famiglie. "Peggiorano - spiegano i ricercatori dell'Istat - le situazioni delle famiglie con a capo un adulto di età compresa tra i 45 e 54 anni o un lavoratore con basso profilo professionale, mentre si rileva un miglioramento nelle famiglie giovani". L'Istat ha sottolineato che la fotografia sulla poverta' assoluta in Italia si riferisce a un periodo precedente all'insorgere della crisi economica esplosa nel 2008.
Chi è povero
Le incidenze più elevate si osservano comunque tra le famiglie di maggiori dimensioni, in particolare con tre o più figli soprattutto se minorenni. Anche tra le famiglie con componenti anziani i valori di incidenza sono superiori alla media, soprattutto se si tratta di anziani soli. La povertà è fortemente associata a bassi livelli di istruzione, a bassi profili professionali (working poor) e all'esclusione dal mercato del lavoro.
Cosa si intende per povertà assoluta
Le stime dell'Istat sono state definite in base a una nuova metodologia messa a punto da una commissione di studio ad hoc, che ha avuto il compito di valutare insieme con l'Istituto di statistica i requisiti di minimalità di un paniere di povertà assoluta, rivedendo e modificando il precedente approccio anche attraverso l'aggiornamento della sua composizione con l'inclusione o esclusione di beni e servizi che avevano acquistato o perso carattere di essenzialità. In sostanza, il dato non definisce una soglia di sopravvivenza, cioè la mancanza di risorse tali da mettere in pericolo le persone, ma delinea il minimo accettabile. Nel paniere individuato ci sono diverse componenti: alimentare, abitazione e una componente residuale che comprende voci come trasporti, scuola e sanità.
Tutto questo per una famiglia formata da una sola persona, fra i 18 e 59 anni, in un'area metropolitana del nord, significa vivere con meno di 724.29 euro al mese. Se invece la stessa famiglia vive in un piccolo comune la soglia è di 650.04 euro. Se la stessa persona vive in un grande comune del mezzogiorno la soglia scende a 520.18 euro. La soglia varia anche con il numero dei componenti della famiglia. Per una famiglia di tre componenti con età sotto i 59 anni, la soglia di povertà assoluta è stabilita in 1.158,71 euro se vive in un'area metropolitana nelle regioni centrali, mentre è a 966,20 euro se risiede nelle regioni settentrionali.
Il fenomeno è più diffuso nel sud e nelle isole, dove l'incidenza di povertà assoluta (5,8%) è circa due volte superiore a quella rilevata nel resto del Paese: nel 2007, tra le famiglie residenti al nord la percentuale delle famiglie povere si attesta infatti al 3,5%, mentre al centro si ferma al 2,9%.
Poveri come tre anni fa. Ma prima della crisi
Tra il 2005, primo anno di rilevazione, e il 2007, l'incidenza di povertà assoluta in Italia è rimasta stabile, anche se ci sono stati dei miglioramenti e dei peggioramenti
nelle condizioni di alcune tipologie di famiglie. "Peggiorano - spiegano i ricercatori dell'Istat - le situazioni delle famiglie con a capo un adulto di età compresa tra i 45 e 54 anni o un lavoratore con basso profilo professionale, mentre si rileva un miglioramento nelle famiglie giovani". L'Istat ha sottolineato che la fotografia sulla poverta' assoluta in Italia si riferisce a un periodo precedente all'insorgere della crisi economica esplosa nel 2008.
Chi è povero
Le incidenze più elevate si osservano comunque tra le famiglie di maggiori dimensioni, in particolare con tre o più figli soprattutto se minorenni. Anche tra le famiglie con componenti anziani i valori di incidenza sono superiori alla media, soprattutto se si tratta di anziani soli. La povertà è fortemente associata a bassi livelli di istruzione, a bassi profili professionali (working poor) e all'esclusione dal mercato del lavoro.
Cosa si intende per povertà assoluta
Le stime dell'Istat sono state definite in base a una nuova metodologia messa a punto da una commissione di studio ad hoc, che ha avuto il compito di valutare insieme con l'Istituto di statistica i requisiti di minimalità di un paniere di povertà assoluta, rivedendo e modificando il precedente approccio anche attraverso l'aggiornamento della sua composizione con l'inclusione o esclusione di beni e servizi che avevano acquistato o perso carattere di essenzialità. In sostanza, il dato non definisce una soglia di sopravvivenza, cioè la mancanza di risorse tali da mettere in pericolo le persone, ma delinea il minimo accettabile. Nel paniere individuato ci sono diverse componenti: alimentare, abitazione e una componente residuale che comprende voci come trasporti, scuola e sanità.
Tutto questo per una famiglia formata da una sola persona, fra i 18 e 59 anni, in un'area metropolitana del nord, significa vivere con meno di 724.29 euro al mese. Se invece la stessa famiglia vive in un piccolo comune la soglia è di 650.04 euro. Se la stessa persona vive in un grande comune del mezzogiorno la soglia scende a 520.18 euro. La soglia varia anche con il numero dei componenti della famiglia. Per una famiglia di tre componenti con età sotto i 59 anni, la soglia di povertà assoluta è stabilita in 1.158,71 euro se vive in un'area metropolitana nelle regioni centrali, mentre è a 966,20 euro se risiede nelle regioni settentrionali.
Bankitalia: il ceto medio c'è ancora, ma dipendenti e giovani stanno sempre peggio
Negli ultimi 15 anni in Italia "non vi è evidenza di un aumento della disuguaglianza, di un assottigliamento dei ceti medi o di un impoverimento delle famiglie". Il direttore del servizio studi di struttura economica e finanziaria della Banca d'Italia, Andrea Brandolini, snocciola numeri e date, nell'audizione alla Commissione Lavoro del Senato. Per spiegare che nel periodo 1993-2008 "la distribuzione del reddito presa nel suo complesso appare piuttosto stabile" e semmai si sono verificati "importanti cambiamenti nell'allocazione delle risorse".
Dove va la ricchezza
"Dalla metà degli anni Novanta - ha sottolineato Brandolini - la distribuzione delle risorse è mutata a vantaggio delle famiglie dei lavoratori autonomi e in parte dei dirigenti e dei pensionati, a scapito di quelle degli operai e degli impiegati".
Italiani più poveri
Secondo il dossier presentato in Commissione dalla Banca d'Italia, "il livello della povertà e della disuguaglianza dei redditi familiari è 'elevato' nel confronto internazionale, ben superiore di quello degli altri paesi mediterranei e dei paesi di lingua inglese".
Addio crescita dello stipendio
Dal 1993 al 2008, ha spiegato Brandolini, "le retribuzioni lorde per unità di lavoro dipendente deflazionate con l'indice del costo della vita, che costituiva il riferimento per la contrattazione, sono cresciute a un tasso moderato, pari su base annua allo 0,6%". Usando invece il deflatore dei consumi nazionali delle famiglie, "che a differenza dell'indice dei prezzi al consumo include i fitti imputati per le abitazioni di proprietà, l'incremento appare ancor più contenuto, appena lo 0,2% all'anno".
"Questo andamento - ha sottolineato il direttore del Servizio studi di struttura economica e finanziaria della Banca d'Italia - si contrappone alla crescita molto più sostenuta degli anni precedenti: dal 1970 al 1993, per esempio, le retribuzioni pro capite erano aumentate in media del 2,5% all'anno utilizzando l'indice dei prezzi al consumo e del 2,1% utilizzando il deflatore dei consumi di contabilità nazionale".
Per il periodo 1993-2008 "per un lavoratore dipendente con salario pari a quello medio la retribuzione lorda reale sarebbe aumentata complessivamente del 3,3%, utilizzando il deflatore dei consumi: laretribuzione netta sarebbe rimasta sostanzialmente invariata in assenza di carichi familiari e sarebbe cresciuta del 3,2% in presenza di coniuge e di due figli a carico".
Chi entra nel mondo del lavoro
La Banca d'Italia sottolinea anche come l'utilizzo del lavoro atipico tra gli anni 1986 e 2004 "si riflette in una diminuzione del reddito reale medio da lavoro percepito nell'intero anno. Nello stesso periodo si sono ridotti anche i salari all'ingresso dei più giovani. Questi processi hanno determinato una 'segmentazione' del mercato del lavoro che ha investito solo i flussi di entrata. Anche l'andamento deludente della produttività ha frenato la crescita dei redditi reali: la produttività del lavoro è cresciuta nell'industria dello 0,6% tra il 1996-2007 contro il 3,3% tra il 1981 e il 1995".
Ammortizzatori
La rete di protezione sociale italiana resta debole e in momenti di crisi economica pesa "la mancanza di strumenti di sostegno al reddito". Per Brandolini, questo assume rilievo "in una situazione in cui molte famiglie hanno risorse patrimoniali limitate, insufficienti da sole a garantire standard di vita minimi anche per periodi di tempo brevi
Dove va la ricchezza
"Dalla metà degli anni Novanta - ha sottolineato Brandolini - la distribuzione delle risorse è mutata a vantaggio delle famiglie dei lavoratori autonomi e in parte dei dirigenti e dei pensionati, a scapito di quelle degli operai e degli impiegati".
Italiani più poveri
Secondo il dossier presentato in Commissione dalla Banca d'Italia, "il livello della povertà e della disuguaglianza dei redditi familiari è 'elevato' nel confronto internazionale, ben superiore di quello degli altri paesi mediterranei e dei paesi di lingua inglese".
Addio crescita dello stipendio
Dal 1993 al 2008, ha spiegato Brandolini, "le retribuzioni lorde per unità di lavoro dipendente deflazionate con l'indice del costo della vita, che costituiva il riferimento per la contrattazione, sono cresciute a un tasso moderato, pari su base annua allo 0,6%". Usando invece il deflatore dei consumi nazionali delle famiglie, "che a differenza dell'indice dei prezzi al consumo include i fitti imputati per le abitazioni di proprietà, l'incremento appare ancor più contenuto, appena lo 0,2% all'anno".
"Questo andamento - ha sottolineato il direttore del Servizio studi di struttura economica e finanziaria della Banca d'Italia - si contrappone alla crescita molto più sostenuta degli anni precedenti: dal 1970 al 1993, per esempio, le retribuzioni pro capite erano aumentate in media del 2,5% all'anno utilizzando l'indice dei prezzi al consumo e del 2,1% utilizzando il deflatore dei consumi di contabilità nazionale".
Per il periodo 1993-2008 "per un lavoratore dipendente con salario pari a quello medio la retribuzione lorda reale sarebbe aumentata complessivamente del 3,3%, utilizzando il deflatore dei consumi: laretribuzione netta sarebbe rimasta sostanzialmente invariata in assenza di carichi familiari e sarebbe cresciuta del 3,2% in presenza di coniuge e di due figli a carico".
Chi entra nel mondo del lavoro
La Banca d'Italia sottolinea anche come l'utilizzo del lavoro atipico tra gli anni 1986 e 2004 "si riflette in una diminuzione del reddito reale medio da lavoro percepito nell'intero anno. Nello stesso periodo si sono ridotti anche i salari all'ingresso dei più giovani. Questi processi hanno determinato una 'segmentazione' del mercato del lavoro che ha investito solo i flussi di entrata. Anche l'andamento deludente della produttività ha frenato la crescita dei redditi reali: la produttività del lavoro è cresciuta nell'industria dello 0,6% tra il 1996-2007 contro il 3,3% tra il 1981 e il 1995".
Ammortizzatori
La rete di protezione sociale italiana resta debole e in momenti di crisi economica pesa "la mancanza di strumenti di sostegno al reddito". Per Brandolini, questo assume rilievo "in una situazione in cui molte famiglie hanno risorse patrimoniali limitate, insufficienti da sole a garantire standard di vita minimi anche per periodi di tempo brevi
mercoledì 15 aprile 2009
Israele: prove di conflitto in Medioriente
Di Giampaolo Poniciappi
Pochi giorni fa le forze aeree israeliane e la Missile Defense Agency statunitense hanno eseguito un lancio di prova, il sedicesimo, del missile antimissile Arrow II sviluppato da Israel Aerospace Industries in collaborazione con Boeing. Il lancio si inserisce nel progetto di difesa e attacco cosiddetto preventivo, fortemente sostenuto dalle autorità israeliane, contro i guerriglieri palestinesi dislocati nella striscia di Gaza. il lancio del missile L’Arrow è stato effettuato presso la base di Palmahim. Ufficialmente le autorità militari israeliane, hanno fatto sapere agli organi di stampa locali ed internazionali, che il lancio del missile rientrava nelle manovre di simulazione ed intercettazione di missili nemici. Per quanto riguarda poi, la società Israel Aerospace Industries: già nel 2007 alla conferenza Israeliana di Aeronautica, tenutosi 21 e 22 febbraio e svoltasi a Tel Aviv e Haifa; aveva presentato alcuni progetti in fase di realizzazione tra i quali modelli di droni (veicoli aerei senza pilota) interamente alimentati ad energia solare, ed il cosiddetto software Computerized Fluid Dynamics (CFD) in grado di assistere il processo di design di veicoli aerei. La progettazione del drone, è stata fatta grazie alla collaborazione e cooperazione con l'Istituto Technion di Haifa. Un istituto quello di Haifa, che grazie all’’accordo scientifico-militare tra Italia e Israele (Legge 17 maggio 2005 n° 94) può anche contare sul sostegno di tecnologia inerente al settore armi e conformi , tutta italiana. Il progetto ha comunque suscitato molte perplessità di carattere politico e diplomatico, nei governi dell’area mediorientale : tra chi vorrebbe un attacco preventivo all’Iran e tra chi si oppone strenuamente a ad ogni ipotesi di guerra.
Pochi giorni fa le forze aeree israeliane e la Missile Defense Agency statunitense hanno eseguito un lancio di prova, il sedicesimo, del missile antimissile Arrow II sviluppato da Israel Aerospace Industries in collaborazione con Boeing. Il lancio si inserisce nel progetto di difesa e attacco cosiddetto preventivo, fortemente sostenuto dalle autorità israeliane, contro i guerriglieri palestinesi dislocati nella striscia di Gaza. il lancio del missile L’Arrow è stato effettuato presso la base di Palmahim. Ufficialmente le autorità militari israeliane, hanno fatto sapere agli organi di stampa locali ed internazionali, che il lancio del missile rientrava nelle manovre di simulazione ed intercettazione di missili nemici. Per quanto riguarda poi, la società Israel Aerospace Industries: già nel 2007 alla conferenza Israeliana di Aeronautica, tenutosi 21 e 22 febbraio e svoltasi a Tel Aviv e Haifa; aveva presentato alcuni progetti in fase di realizzazione tra i quali modelli di droni (veicoli aerei senza pilota) interamente alimentati ad energia solare, ed il cosiddetto software Computerized Fluid Dynamics (CFD) in grado di assistere il processo di design di veicoli aerei. La progettazione del drone, è stata fatta grazie alla collaborazione e cooperazione con l'Istituto Technion di Haifa. Un istituto quello di Haifa, che grazie all’’accordo scientifico-militare tra Italia e Israele (Legge 17 maggio 2005 n° 94) può anche contare sul sostegno di tecnologia inerente al settore armi e conformi , tutta italiana. Il progetto ha comunque suscitato molte perplessità di carattere politico e diplomatico, nei governi dell’area mediorientale : tra chi vorrebbe un attacco preventivo all’Iran e tra chi si oppone strenuamente a ad ogni ipotesi di guerra.
Incentivi –elettrodomestici: non per tutti
Di Giampaolo poniciappi
Una risposta al cosiddetto incentivo elettrodomestici, è arrivata dal Ceced, l'associazione che raduna i produttori, che in una nota fa presente la “beffa” della conversione del decreto sugli incentivi nella formulazione approvata dalla Camera dei deputati. Infatti si fa notare che soltanto i frigoriferi e i congelatori sono inclusi negli incentivi riferibili alla classe A+. Che, appunto, è codificata solamente per questi prodotti, peraltro già incentivati dalla precedente normativa. Va detto che il vecchio incentivo, valido fino al 2010, dava diritto a uno sconto indiretto del 20% sul prezzo, da ricavare riducendo le imposte sul reddito personale. Un meccanismo dicono al Ceced, complicato, ma che ha funzionato. Dai nuovi incentivi quindi sono esclusi i forni, i piani di cottura, le lavastoviglie e gli impianti di condizionamento. . E la nota continua. Mettendo nero su bianco, la specificità di questa conversione in legge del decreto, in una forma che suona, per i rappresentanti dell’associazione , come una vera e propria presa in giro dei consumatori e dei produttori Italiani. Certo val la pena sottolineare, che il settore vive una situazione particolarmente complessa per un comparto che occupa circa 150.000 addetti, fra diretti e indiretti, e ha un fatturato annuo di 16 miliardi di euro (9,3 miliardi dall'export) Ma il dato interessante riguarda l'intero meccanismo degli incentivi che difficilmente distribuirà effetti robusti. A tal proposito, pensiamo a un prodotto da 400 euro: l'incentivo è pari al 20%, cioè 50 euro, da incassare in cinque anni. Quindi per il Ceced, la questione si riduce a quanti effettivamente saranno i denari che entreranno nelle casse dei produttori e quanto sarà il risparmio per i consumatori. Secondo l’associazione, sarebbe stato più serio se avessero deciso di escludere gli elettrodomestici dal provvedimento
Una risposta al cosiddetto incentivo elettrodomestici, è arrivata dal Ceced, l'associazione che raduna i produttori, che in una nota fa presente la “beffa” della conversione del decreto sugli incentivi nella formulazione approvata dalla Camera dei deputati. Infatti si fa notare che soltanto i frigoriferi e i congelatori sono inclusi negli incentivi riferibili alla classe A+. Che, appunto, è codificata solamente per questi prodotti, peraltro già incentivati dalla precedente normativa. Va detto che il vecchio incentivo, valido fino al 2010, dava diritto a uno sconto indiretto del 20% sul prezzo, da ricavare riducendo le imposte sul reddito personale. Un meccanismo dicono al Ceced, complicato, ma che ha funzionato. Dai nuovi incentivi quindi sono esclusi i forni, i piani di cottura, le lavastoviglie e gli impianti di condizionamento. . E la nota continua. Mettendo nero su bianco, la specificità di questa conversione in legge del decreto, in una forma che suona, per i rappresentanti dell’associazione , come una vera e propria presa in giro dei consumatori e dei produttori Italiani. Certo val la pena sottolineare, che il settore vive una situazione particolarmente complessa per un comparto che occupa circa 150.000 addetti, fra diretti e indiretti, e ha un fatturato annuo di 16 miliardi di euro (9,3 miliardi dall'export) Ma il dato interessante riguarda l'intero meccanismo degli incentivi che difficilmente distribuirà effetti robusti. A tal proposito, pensiamo a un prodotto da 400 euro: l'incentivo è pari al 20%, cioè 50 euro, da incassare in cinque anni. Quindi per il Ceced, la questione si riduce a quanti effettivamente saranno i denari che entreranno nelle casse dei produttori e quanto sarà il risparmio per i consumatori. Secondo l’associazione, sarebbe stato più serio se avessero deciso di escludere gli elettrodomestici dal provvedimento
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